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179 risultati trovati con una ricerca vuota

  • L'arcipelago che non ti aspettavi

    Cinque validi motivi per scoprire un meraviglioso arcipelago francese nel cuore del mar dei Caraibi Tra le numerose isole che il Mar dei Caraibi ospita nelle sue splendide acque, c’è un arcipelago a forma di farfalla in grado di sprigionare forti emozioni nei cuori di coloro che per la prima volta scoprono queste esclusive gemme tropicali. Siamo alla Guadalupa , territorio d’Oltremare Francese (Europa), per conoscere una manciata di isole delle Piccole Antille ognuna con suo suo fascino. L’arcipelago si pregia della presenza di: 1 meravigliose spiagge bianche, dorate e nere puntellate da alte palme di cocco; 2 riserve marine e terrestri protette ; 3 storia millenaria risalente ai nativi d’America, e secolare legata alle deportazioni degli schiavi neri d’Africa ; 4 scenari naturali mozzafiato da scoprire percorrendo gli innumerevoli sentieri off-road; 5 tradizioni culturali e gastronomiche gelosamente tramandate da una popolazione composta da un mix di etnie africane, europee, e indiane. La Guadalupa è quindi una meta caraibica di assoluta bellezza in grado di assicurare molte opportunità di svago e cultura. Scopriamola da oggi, isola per isola ascoltando il podcast di Stefano di Enjoy Guadalupa. Il podcast: https://open.spotify.com/episode/4xFA8epKd7fxkLmmq9ZESk?si=5d52d81eb1cb4ac5

  • Diario di viaggio 2026. 16 febbraio

    Dalle porte chiuse alle scoperte inattese: il mio addio alla Guadalupa Oggi ho scritto l’ultima pagina della mia lunga permanenza in Guadalupa, e mentre lo facevo sentivo che non stavo davvero concludendo nulla. Questa terra non si lascia chiudere in un diario: resta addosso come il sale sulla pelle dopo un bagno che non vuoi dimenticare. Mi ha conquistato in ogni momento: scenari naturali che cambiano come un respiro, paesaggi che ti obbligano a fermarti, una gastronomia raffinata che racconta la storia di un popolo attraverso spezie, rum, manioca, pesce fresco. E poi loro, i guadalupensi: vivaci, orgogliosi, capaci di emozionare con la loro storia e la loro ospitalità. L’ultima giornata l’ho dedicata a Marie Galante, isola sospesa nel tempo, dove il vento porta ancora l’eco dei mulini e dei campi di canna da zucchero. Tra l’organizzazione del rientro e qualche imprevisto, sono comunque riuscito a seguire quasi tutto il programma, allungandomi poi sul versante ovest per rivedere spiagge che mi erano rimaste nel cuore. La prima tappa era Grand Bourg, per visitare il museo creolo West Indies. Ma, arrivato sul posto, scopro che ha chiuso i battenti nonostante il sito lo desse ancora aperto. Una piccola delusione. Mi incammino verso il centro e, quasi per caso, scopro il Museo delle Arti e delle Tradizioni. Le esposizioni esterne mi incuriosiscono subito. Parcheggio, scendo e mi avvicino all’ingresso. Mi accoglie la signora Lucia, la proprietaria. Le spiego il motivo della mia visita e lei, con un sorriso pieno d’orgoglio, decide di aprirmi il museo nonostante fosse giorno di chiusura. Accende le luci e mi invita a entrare come si invita qualcuno nella propria storia. Dentro, il tempo cambia ritmo. Oggetti del passato – utensili, porcellane, bambole, strumenti musicali – sembrano avere ancora un’anima. Sento odori antichi, il legno consumato, il ferro battuto. Ogni oggetto racconta una vita. Lucia mi accompagna con discrezione, ma nei suoi occhi vedo la stessa emozione che provo io. Alla fine, ringrazio lei e sua madre, intenta a cucire in un angolo. Prima di andare via, scatto una foto a Lucia accanto a una bambola d’epoca: un ricordo prezioso di un incontro inatteso. Riparto verso la chiesa dell’Immacolata Concezione, lasciando sulla destra la magnifica spiaggia tropicale di Grand Bourg. La chiesa, Monumento storico dal 1979, ha resistito a incendi, terremoti e cicloni: un simbolo di resilienza creola. All’interno regna un silenzio rispettoso. Ammirando altare, fondi battesimali e la targa del “miracolo” del 1837, scatto poche foto per non disturbare i fedeli. Fuori, la piazza esplode nei colori del mercatino creolo. Compro qualche pensierino per i miei cari e riparto verso Saint Louis. Saint Louis è un borgo tranquillo, con il monumento ai caduti davanti al municipio e la lunga spiaggia di Folle Anse poco distante. Lungo la strada si incontrano luoghi di grande interesse storico, come l’ex zuccherificio Roussel Trianon, già visitato in passato. Poco più avanti, la mia attenzione viene catturata dalla fabbrica di zucchero di Grande Anse, la più importante dell’isola. Non era nei miei piani, ma mi fermo. Chiedo il permesso alla security e posso fotografare e leggere i pannelli informativi. Fondata nel 1845, per decenni ha prodotto fino a 150.000 tonnellate di zucchero l’anno. Nel 2013 la produzione crollò a 62.000 tonnellate, ma un piano di rilancio ha riportato la filiera verso le 80.000, con l’obiettivo di tornare ai livelli storici. Oggi l’isola conta 1.300 produttori e 1.800 ettari coltivati, quasi tutti raccolti a mano. Nonostante impianti datati, la sucrerie continua a funzionare grazie a investimenti mirati. Soddisfatto anche di questa visita inattesa, mi dirigo verso Vieux Fort, famoso per le sue spiagge idilliache e per le escursioni in pedalò tra le mangrovie. Ma, arrivato, trovo tutto chiuso: nessuno presente, pedalò legati al molo. Vieux Fort mi ha dato buca. Percorro solo una passerella di legno lungo il fiume, poi riparto con un po’ di delusione. Decido allora di salutare le spiagge del versante ovest: Anse Bambou, Vieux Fort, Canot, Moustique de Maya. Piscine naturali dai colori celeste pastello, talmente belle che è quasi impossibile non tuffarsi. Ma oggi non posso: devo preparare bagagli e documenti per il rientro. La nostalgia c’è, ma la gioia di averle riviste anche solo per pochi minuti compensa tutto. Sulla strada del ritorno, guardando le scogliere che si tuffano nel mar dei Caraibi, capisco che questo viaggio non è stato solo un itinerario: è stato un incontro. Con la natura, con la storia, con le persone, ma soprattutto con una parte di me che qui ha respirato più forte. Marie Galante è stata l’ultima tappa, ma non l’ultima emozione. Lascio l’isola con gratitudine e con una promessa silenziosa: tornerò. Perché certi luoghi non si visitano soltanto: si abitano dentro, anche quando si è lontani. Le conclusioni di cuore le rimando a domani.

  • Diario di viaggio 2026. 15 febbraio

    L’isola che racconta: natura, schiavitù, indaco e resilienza Sul lato sud ovest dell’arcipelago della Guadalupa splende una gemma autentica: Marie Galante, l’isola dei cento mulini. Un territorio dove storia, natura e tradizioni convivono in un equilibrio ancora intatto. Qui la canna da zucchero, coltivata da secoli, racconta un passato prospero ma segnato dalla schiavitù, ricordato oggi da tre siti UNESCO della Route des Esclaves. L’isola custodisce distillerie attive, mulini storici e paesaggi straordinari: spiagge luminose, scogliere frastagliate e un entroterra rurale che conserva la sua identità. La mia giornata seguiva un itinerario preciso, ma un imprevisto ha cambiato i piani: una distorsione alla caviglia lungo il sentiero delle Galeries. Nulla, però, che potesse rovinare l’esperienza. Alle otto, dopo la colazione nella mia residenza di Capesterre, sono partito verso Petite Anse, una piccola meraviglia accanto alla celebre Plage de la Feuillère. Petite Anse non è solo una spiaggia: è un rifugio naturale che sembra sottratto al tempo. La luce del mattino accende la sabbia chiarissima, il mare si apre in sfumature di celeste e turchese, le palme oscillano come sentinelle tropicali. Non c’è nulla di costruito, nulla di artificiale: solo natura pura, essenziale, capace di zittire ogni pensiero. È una parentesi di pace assoluta, un piccolo miracolo che ti accoglie con la sua semplicità e ti ricorda quanto la bellezza possa essere discreta e potente allo stesso tempo. Da lì mi sono diretto a Capharnaüm, dove si trova il sentiero delle Galeries e i resti dell’antica fabbrica dell’indaco Les Galets, uno dei siti UNESCO dell’isola. Un luogo abbandonato ma potentissimo, che racconta la produzione dell’indaco tra XV e XVI secolo, quando Marie Galante era un centro fiorente grazie alle sue condizioni geomorfologiche ideali. Il sentiero ad anello delle Galeries, lungo 1,4 km, è uno dei tratti più sorprendenti dell’isola. Non tanto per la difficoltà, quanto per la sua natura primordiale: rocce calcaree scolpite dal tempo, cavità modellate da antichi movimenti tettonici, un paesaggio quasi lunare. Il mare è sempre vicino, a pochi metri, e il suo respiro potente accompagna ogni passo. La vegetazione è bassa, resistente, adattata al vento e alla salsedine. Qui la natura non è addomesticata: è cruda, essenziale, autentica. Un piccolo viaggio nella geologia e nella forza degli elementi. Proprio alla fine del percorso, però, un passo falso: la caviglia ha ceduto. Ho rinunciato così al lungo itinerario panoramico che da Anse Piton conduce a Caye Plate. Un rammarico, certo, ma la giornata aveva ancora molto da offrire. Rientrato a casa e applicato ghiaccio e Fastum Gel, ero di nuovo in piedi. Ho quindi raggiunto Mare au Punch, un luogo di memoria legato al periodo immediatamente successivo all’abolizione della schiavitù. Qui, nel 1849, una rivolta scoppiata dopo brogli elettorali fu repressa nel sangue. Nei giorni successivi, gli ex schiavi gettarono l’intera produzione di rum nella grande vasca della fabbrica “Pirogue”, trasformandola in un gigantesco punch. Camminare tra i resti della fabbrica, osservare i macchinari inghiottiti dalla vegetazione e affacciarsi sullo stagno silenzioso è stato un momento di forte impatto emotivo. Il pomeriggio è stato dedicato alla scoperta più sorprendente: la Maison de l’Indigo, nella sezione Murat. Sapevo della sua esistenza, ma viverla guidato dal signor Pierre è stato straordinario. Mi ha introdotto nel mondo dell’indaco, pianta originaria del Sud America e diffusa nelle Indie Occidentali dagli indigeni. Mi ha spiegato che esistono varietà diverse in Asia, Africa ed Europa, e che ovunque il processo è lo stesso: coltivazione, raccolta, macerazione delle foglie per estrarre il pigmento. Poi è arrivato il momento più emozionante: la dimostrazione pratica. Dopo 48–72 ore di macerazione, l’indaco passa da liquido a pasta solida e poi a piccoli ciottoli blu brillanti. Pierre ha immerso un tessuto bianco nella vasca con indaco, lime e fruttosio, spiegandomi che più resta immerso, più il colore diventa scuro. Mi ha mostrato come creare riserve piegando il tessuto e poi… la magia: estratto dalla vasca, il tessuto è passato dal verde al blu semplicemente a contatto con l’aria. Al risciacquo, i pigmenti gialli sono svaniti, lasciando un blu puro e indelebile. Pierre mi ha raccontato leggende, simbolismi e virtù curative dell’indaco, e ho capito perché questa pianta attraversi i secoli senza perdere fascino. Lasciando la Maison de l’Indigo, ho realizzato quanto Marie Galante sia riuscita a smuovere curiosità, stupore e un senso di connessione autentica con la sua storia. Ogni sito visitato – dalle grotte scolpite dal tempo alle falesie atlantiche, dai mulini silenziosi alle mani sapienti di Pierre – ha aggiunto un tassello a un mosaico ricchissimo. Spiaggia Petite Anse (Capesterre de Marie-Galante)

  • Diario di viaggio 2026. 17 febbraio

    Un cammino di emozioni, incontri e meraviglie condivise Carissimi amici, mentre chiudo l’ultima pagina di questo lungo viaggio attraverso la Guadalupa, sento ancora sulla pelle il vento caldo dell’oceano, il profumo della canna da zucchero, il silenzio delle foreste e il colore vivo delle sue acque. Ventisette giorni che non sono stati soltanto un itinerario, ma un percorso interiore, un dialogo continuo tra ciò che vedevo e ciò che sentivo. Ogni tappa è stata un frammento di stupore: i laghi nascosti di Basse Terre, le cascate selvagge, le baie smeraldo delle Saintes, le tradizioni rurali di Marie Galante, le memorie profonde custodite nei musei e nei luoghi della storia. Ho camminato tra rovine che raccontano secoli, ho ascoltato il respiro lento delle mangrovie, ho lasciato che il mare mi parlasse con la sua voce antica. E in ogni passo, in ogni sguardo, c’era anche la vostra presenza. Perché questo viaggio non l’ho vissuto da solo. L’ho vissuto con voi. Siete stati accanto a me mentre salivo il Morne du Chameau, mentre attraversavo canyon, mentre scoprivo spiagge che sembravano dipinte. Avete condiviso la meraviglia, la curiosità, la sorpresa. Avete trasformato ogni racconto in un incontro, ogni foto in un abbraccio, ogni parola in un ponte tra me e voi. Ed è per questo che oggi, più che mai, sento il bisogno di dirvi grazie. Grazie per aver camminato con me, per aver seguito ogni tappa con entusiasmo, per aver accolto le mie emozioni come se fossero anche le vostre. Grazie per aver reso questo viaggio più grande di ciò che avrei potuto immaginare. La Guadalupa mi ha regalato paesaggi, storie e silenzi che porterò nel cuore. Voi mi avete regalato il senso profondo di raccontarli. Il viaggio si conclude qui, ma non finisce davvero. Perché ogni emozione condivisa continua a vivere. E ogni nuova strada, lo so, ci ritroverà ancora insieme. A presto, amici miei. Stefano di Enjoy Guadalupa

  • Diario di viaggio 2026. 14 febbraio

    Fort Joséphine: un sogno studiato, finalmente vissuto L’ultima tappa della mia permanenza nell’arcipelago delle Saintes porta un nome che da settimane risuona nei miei appunti, nei video che ho guardato su YouTube e nelle pagine che ho studiato con curiosità crescente: l’isola Cabrit, anticamente denominata, per la sua forma, la piccola Martinica. Un isolotto piccolo, silenzioso, ma carico di storia. Un luogo che racconta battaglie, quarantene, strategie militari e, oggi, un impegno concreto per la conservazione del suo patrimonio naturale e culturale. Inizialmente chiamato fort La Reine, è stato eretto nel 1777 dai francesi e, insieme al forte Napoléon, costituirà un importante sistema difensivo contro le incursioni inglesi. Nonostante ciò, nel 1809 le truppe britanniche invaderanno l’isola e distruggeranno il forte. Tornato sotto il controllo francese: il forte verrà ricostruito e, nel 1852, trasformato in un penitenziario. Ma la sua storia travagliata non finirà lì: il 6 settembre 1865 un violento uragano provocherà nuovi danni strutturali. Nonostante tutto, il forte Joséphine ha continuato a ospitare detenuti fino al 1902. Camminare tra le sue rovine sarà come sfogliare le pagine di un libro di storia aperto al vento. La giornata è iniziata alle otto. Il mare era calmo, quasi immobile, come se volesse accompagnare con rispetto questa mia ultima esplorazione. La stessa piccola imbarcazione utilizzata per Terre-de-Bas mi aspettava al molo. In appena sette, forse otto minuti di navigazione, ho raggiunto Cabrit: un trasferimento breve, ma sufficiente a farmi percepire il distacco dal mondo abitato. L’attracco è avvenuto nell’ansa sottovento su un vecchio molo in legno, fatiscente, consumato dal tempo e dal sale. Un ingresso perfetto per un’isola che non ha mai ceduto al turismo di massa. Appena messo piede a terra, ho imboccato una traccia di sentiero che si arrampicava verso l’interno. Il mio obiettivo era chiaro: raggiungere Fort Joséphine, il cuore militare dell’isola. Un luogo che avevo visto solo attraverso lo schermo, studiato tra mappe e articoli, immaginato mille volte. Ritrovarmelo davanti, finalmente reale, è stato come aprire un libro antico che conoscevo già, ma che non avevo mai potuto sfogliare con le mani. La salita non è lunga, ma richiede attenzione. La vegetazione è fitta, il terreno irregolare, e il silenzio è rotto solo dal vento e dal richiamo degli uccelli. Quando le prime pietre del forte sono apparse tra gli alberi, ho sentito un’emozione difficile da contenere. Fort Joséphine, costruito per controllare l’accesso alla baia di Terre-de-Haut, conserva ancora oggi una dignità sorprendente. Le sue mura basse, le piattaforme, i resti delle casematte e i punti di osservazione raccontano secoli di tensioni, di strategie, di notti passate a scrutare l’orizzonte in attesa delle navi inglesi. Mi sono fermato a lungo, molto più del previsto. Ho osservato ogni dettaglio: le pietre consumate, le aperture rivolte verso la baia, i resti dei depositi, la cisterna, i punti di tiro. Immaginare i soldati francesi, le manovre, le paure, le speranze, è stato naturale. Qui la storia non è un concetto astratto: è un’eco che vibra ancora. Ma Cabrit non è solo un avamposto militare. L’isola ospita anche i resti di un lazzaretto, costruito dopo il decreto di Victor Schoelcher del 1848 che sancì la liberazione degli schiavi nelle colonie francesi. Da quel momento, e fino al 1902, Cabrit divenne luogo di quarantena per gli immigrati provenienti dalle Indie francesi. Il lazzaretto, situato in una valle dominata dal Morne Joséphine, si trova a circa quaranta metri sul livello del mare, lungo lo stesso sentiero che conduce al forte. Camminare tra quei resti, sapendo che qui migliaia di persone hanno atteso giorni, settimane, forse mesi prima di poter mettere piede sulla terraferma, aggiunge un livello di profondità emotiva difficile da descrivere. È un luogo che parla di speranza, di paura, di transizione. Negli ultimi anni, l’amministrazione comunale di Terre-de-Haut ha avviato un rigoroso piano di gestione dell’isolotto, con l’obiettivo di preservarne il patrimonio storico e naturale. Sono stati creati tre itinerari turistici che permettono di scoprire i panorami sulla baia, Fort Joséphine, il lazzaretto e le batterie di Pointe à Cabrit e Pointe Bombarde. Un lavoro prezioso, che restituisce dignità a un luogo che rischiava di essere dimenticato. Dopo la lunga sosta al forte e la visita al lazzaretto, ho proseguito verso gli altri punti dell’isola. Li ho osservati solo per pochi minuti: il tempo correva, e il mio rientro era prioritario. Dovevo pranzare, riorganizzare il diario di viaggio e preparare i bagagli per il trasferimento del pomeriggio verso Marie-Galante, con il traghetto veloce delle 15:30. Il ritorno verso il molo è stato rapido. La piccola imbarcazione mi ha riportato a Terre-de-Haut in pochi minuti, lasciandomi addosso quella sensazione di soddisfazione piena che si prova quando si realizza qualcosa che si è atteso a lungo. Cabrit era un obiettivo che avevo studiato, immaginato, desiderato. E oggi, finalmente, l’ho vissuto. Un’altra pagina scritta. Un altro tassello conquistato. Un’altra emozione che porto con me verso la prossima isola: Marie-Galante, l’isola dei cento mulini. Forte Josephine (Isola Cabrit - Les Saintes)

  • Diario di viaggio 2026. 13 febbraio

    Dalle vette del Chameau alle acque di Pain de Sucre: un viaggio nell’anima di Terre-de-Haut Questa mattina ho dedicato la mia escursione a uno dei percorsi più affascinanti di Terre-de-Haut: l’ascesa al Morne du Chameau, il punto più alto dell’arcipelago delle Saintes, seguita dalla discesa verso la selvaggia spiaggia di Crawen. Un itinerario che richiede gambe, attenzione e determinazione, ma che ripaga con panorami che sembrano usciti da un atlante dei sogni. La salita lungo la strada in cemento, pur faticosa, permette di immergersi gradualmente nella natura protetta del colle: vegetazione fitta, specie endemiche, silenzi profondi interrotti solo dal vento. Le uniche presenze umane sono state alcune caprette al pascolo e pochissimi turisti, quasi a ricordarmi che questo luogo appartiene prima di tutto alla natura. Man mano che salivo, il paesaggio si apriva come un ventaglio: la baia di tutte le isole di Les Saintes, il sud di Basse-Terre, Marie-Galante e perfino la Dominica. Dopo circa venti minuti ho raggiunto le vestigia della torre militare, godendo di uno spettacolo a 360 gradi semplicemente impagabile. Ho esplorato anche gli interni, respirando la storia di un luogo che un tempo vegliava sull’arcipelago. La vera sfida arriva con la discesa verso Crawen. Il sentiero, ben segnalato con pennellate gialle sui massi, è stretto, irregolare, scivola tra radici e pietre e richiede passo sicuro e massima concentrazione. È un percorso che non concede distrazioni: un occhio ai piedi, l’altro alle indicazioni. Ma proprio questa sua natura selvaggia lo rende affascinante. Quando il mare appare tra gli alberi, la fatica svanisce: Crawen si presenta come una mezzaluna di quiete, protetta da due grandi scogli. Un luogo simbolo dell’isola, primordiale e autentico, lontanissimo dalle nostre spiagge attrezzate. Mare, sabbia e natura allo stato puro. Dopo essermi dissetato e aver recuperato le energie, ho rimesso lo zaino in spalla: la meta del pomeriggio era la più iconica dell’arcipelago, Pain de Sucre. In quindici minuti di cammino tra saliscendi ho raggiunto il piccolo sentiero che porta alla spiaggia. Una settantina di metri di discesa facile lungo una stradina di terra battuta, oggi perfettamente sistemata. E poi, tra le fronde, compare il gioiello della natura: Pain de Sucre. Una meraviglia assoluta. Adagiata accanto a una roccia a forma di panettone alta trenta metri, la baia si apre in un abbraccio di acque verde smeraldo, racchiuse in un semicerchio di cinquanta metri. Le palme di cocco, pur appartenendo a una proprietà privata, ombreggiano lo stretto bagnasciuga dorato. All’ingresso dell’ansa c’era la fila per fotografare questo incanto, ma l’attesa è stata un piccolo prezzo. Ho trascorso qui un’ora, nonostante la presenza di molti turisti: lo spazio è ridotto, ma anche mezzo metro di sabbia basta per godere di questo paradiso. E, alla mia terza visita, la sensazione è stata la stessa della prima: gratitudine pura. Pain de Sucre non si consuma, si rinnova. Lasciata Pain de Sucre, con una camminata di quindici minuti raggiungo la spiaggia Figuier. Anche questa baia si presenta nella sua forma più autentica: selvaggia come Crawen, ampia, silenziosa e perfetta per un bagno rigenerante o per un momento di puro relax. La vegetazione è discreta ma accogliente, e pur non avendo lo splendore iconico di Pain de Sucre, conserva un fascino semplice e genuino. Mi fermo qualche istante ad ammirarla, ascoltando il mare e respirando quell’aria di libertà che solo le spiagge non addomesticate sanno offrire. Poi riprendo il cammino verso il borgo. Lungo la strada noto un cartello che segnala antiche vestigia su un roccione affacciato sul mare: la Batteria Tête Rouge. Nonostante i miei studi, mi era sfuggita. Una rapida ricerca mi chiarisce la storia: postazione francese del XVIII secolo, costruita per controllare l’accesso alla grande baia. Dopo la sconfitta del 1782, la Francia edificò un sistema di fortificazioni per prevenire incursioni inglesi. La batteria Tête Rouge, costruita tra il 1869 e il 1870, domina un panorama a 180 gradi. La struttura in pietra presenta una scalinata di ventuno gradini che conduce a un’area interna oggi usata come pascolo dalle caprette. Restano due ex depositi di munizioni e pochi manufatti, ma l’atmosfera è ancora quella di un avamposto che vegliava sul mare. Una scoperta inattesa che ha completato la giornata. Soddisfatto, ho concluso la mattinata con un bagno nella vicina Anse du Curé, uno specchio d’acqua celeste usato come piccolo porticciolo. L’acqua calda e la presenza di pochi turisti hanno reso il momento perfetto. Mentre mi asciugavo, pensavo già al pomeriggio: riorganizzare il diario, preparare l’escursione sull’isola non abitata Cabrit e rifare i bagagli per il trasferimento verso l’ultima tappa del viaggio, l’autentica Marie-Galante, l’isola dei cento mulini. Anche lì mi attendono nuove scoperte, tra storia, natura e panorami mozzafiato. Un’altra pagina da scrivere, un altro tassello di questo viaggio che continua a sorprendermi. Questa è l’ultima notte che trascorrerò a Terre‑de‑Haut, e non potevo trovare ispirazione migliore per il diario di oggi di uno splendido tramonto che regala uno spettacolo unico. Un momento che dedico a tutti voi che mi seguite. Spiaggia Pain de sucre

  • Diario di viaggio 2026. 12 febbraio

    Tra schiavitù, mare e silenzi: la giornata che non dimenticherò a Terre-de-Bas Entre esclavage, mer et silence: la journée que je n’oublierai pas à Terre‑de‑Bas Con grande fatica e con una soddisfazione ancora più grande, si chiude oggi la ventiduesima giornata trascorsa nell’arcipelago di Les Saintes. Una giornata intensa, sudata, vissuta con il corpo in movimento e la mente sempre desta, che mi ha regalato emozioni che solo queste isole sanno offrire. Alle 7:45 il battello diretto a Terre de Bas mi accoglie per condurmi sull’isola più silenziosa e autentica dell’arcipelago, diversa da Terre de Haut: più antica, più intima, più fedele alla sua identità originaria. Sbarcato dopo appena dieci minuti di traversata, arrivo al piccolo porticciolo di Anse des Mûriers, accolto da un lato della naia dalla statua della Vergine, e dall’altra da quella di Nettuno, mentre più in alto, alle spalle di questa figura mitologica, una batteria di cannoni ricorda il passato difensivo dell’isola. È qui che inizia il mio itinerario, atteso da mesi: oltre dodici chilometri di cammino, zaino in spalla, litri d’acqua per resistere al caldo e la consapevolezza che oggi sarebbe stata una prova fisica e mentale. La prima tappa è il Podere Fidelin, sito storico inserito nel 1997 nel progetto UNESCO “La rotta degli schiavi”. Qui, tra XVIII e XIX secolo, sorgeva una grande fabbrica di ceramiche fondata da Jean Pierre Fidelin, un tempo motore economico dell’isola. Nel 1837 vi lavoravano 130 schiavi tra vasai, trasportatori e addetti alle fornaci. La produzione, inizialmente dedicata al vasellame, si ampliò a pentole, mattoni e tegole, favorita dalla posizione strategica sulla splendida Grande Baie. Dopo l’abolizione della schiavitù, l’attività declinò fino a cessare. Avevo studiato questo luogo in ogni dettaglio, e raggiungerlo a piedi, lasciando la strada principale per imboccare il sentiero, è stato emozionante. L’area non è ben mantenuta, ma le rovine – le due fornaci, l’officina, le cisterne e l’edificio circolare – conservano un fascino potente. Toccare quelle pietre, immaginare le vite che le hanno attraversate, è stato uno dei momenti più intensi della giornata. Riprendo il cammino lungo la costa sud per cinque chilometri fino a giungere a Petite Anse, centro nevralgico dell’isola. Qui si trovano il municipio, la chiesa di San Nicola, il piccolo mercato, lo stadio e un giardino pubblico con la riproduzione di un vascello per bambini. Accanto, una stele donata da Lilian Thuram, famoso calciatore francese nativo alla Guadalupa, ricorda l’importanza della solidarietà con una stele sulla quale è impressa una frase: “La solidarietà permette di affrontare le prove della vita. Impegnarsi al servizio degli altri dà un senso all’esistenza.” Un messaggio semplice e potente, che credo indirizzato ai bambini del posto. Il peregrinare per questo borgo si ravviva sempre di più quando incrocio le tipiche casette creole colorate gialle, arancio, verdi, rosa. Proseguo verso la punta ovest, dove si trova Anse à Dos, piccola spiaggia frequentata da pescatori e, stamattina, da una scolaresca. Le acque smeraldo e il volo dei pellicani attirano subito la mia attenzione. Due pescatori puliscono il pesce appena preso, offrendo ai pellicani le interiora: una scena semplice e autentica, che mi regala una pausa preziosa dopo oltre sei chilometri di cammino. Riparto per affrontare la salita più dura: il sentiero che porta alla sommità del Monte Abymes a oltre 290 metri di altitudine. Il caldo è intenso, la pendenza supera il 15%, e ogni passo è una prova di resistenza. La mente spinge, le gambe protestano, il sudore scorre senza tregua. Ma arrivato al punto panoramico, dove si trova un piccolo osservatorio, la fatica svanisce. Davanti a me si apre un panorama straordinario: il verde della vegetazione, il blu e il celeste della Grande Baie, e frontalmente la bellezza di Terre de Haut, con le sue anse e le case dai tetti rossi. In lontananza, un veliero da crociera e uno yacht di sessanta metri completano il quadro. Sono le 11:30 quando lascio l’osservatorio e scendo verso il borgo di Grande Anse, dove mi fermo per riposare e mangiare due panini. La spiaggia, però, non è come me l’aspettavo: nonostante il nome, il lido è breve, coperto da sargassi, e il mare non è particolarmente scenografico. Una piccola delusione che mi ricorda quanto le foto online possano essere ingannevoli. Riprendo il cammino verso l’ultima tappa: la Grande Baia, la stessa che dall’alto mi aveva incantato, posta accanto al podere Fidelin. In dieci minuti raggiungo il sentiero in discesa e, nonostante pensi già alla risalita, la vista che mi attende ripaga ogni sforzo. Le tonalità dell’acqua, dal blu al celeste, sono ipnotiche. La spiaggia è piccola, ma la sua armonia naturale la rende speciale. Scendo la scalinata bianca e celeste, la osservo per qualche minuto e poi mi avvio verso il porticciolo. Una birra fresca all’ombra di un bar locale accompagna l’attesa del battello. Alle 12:50, con cinque minuti di ritardo, salgo a bordo. Esausto, un po’ disidratato, ma immensamente felice, rientro a Terre de Haut con la sensazione di aver vissuto una delle giornate più complete del viaggio. Terre de Bas mi ha regalato storia, fatica, silenzi, panorami e autenticità. Un’isola che parla piano, ma arriva dritta al cuore. Domani si riparte: mi attende il celebre sentiero Le Chameau, sito naturale protetto che custodisce specie endemiche rare e conduce a 309 metri di altitudine, da cui l’intero arcipelago si apre come un ventaglio di colori. Nel pomeriggio, tornerò su alcune spiagge iconiche del versante sud, tra cui la mia amata Pain de Sucre, che rivedrò volentieri per la terza volta. La ventitreesima giornata promette emozioni nuove. E io sono pronto a viverle tutte. Podere Fidelin (Terre-de-Bas)

  • Diario di viaggio 2026. 11 febbraio

    Il giorno in cui Les Saintes mi ha raccontato nuove storie Dopo la lunga e intensa esperienza vissuta a Basse Terre, oggi si apre per me un nuovo capitolo. Lascio foreste lussureggianti, cascate selvagge e sentieri impegnativi per approdare in un arcipelago che conosco e che continua a sorprendermi: Les Saintes. Tra baie smeraldo, colline che scendono verso il mare e case dai tetti rossi che sembrano quadri naïf, inizia la mia nuova avventura di tre giorni, un ritorno atteso e preparato con cura. Questa mattina, al porto di Trois Rivières, ho riconsegnato l’auto al signor Philip, un italiano dalla simpatia travolgente. Davanti a un caffè mi ha raccontato la sua vita: la passione per l’informatica, gli anni in Nigeria e poi a Parigi, fino alla scelta di stabilirsi in Guadalupa vent’anni fa e gestire un car rent tutto suo. La sua storia era così avvolgente che, se ci fossimo dilungati ancora, avrei rischiato di perdere il traghetto. Con un ultimo saluto sono salito a bordo, accolto dalla pioggia e da ricordi entusiasmanti, vissuti da solo e con la mia compagna Gemma nel 2023. Les Saintes lascia sempre qualcosa nel cuore se a vivere queste emozioni c'è sempre qualcuno con cui condividerle. Les Saintes possiedono un fascino unico: scenari intatti, colori vividi, un’armonia naturale che non ha eguali. Le case dai tetti rossi, incastonate tra baie e colline, sembrano dipinti viventi sulle due sole isole abitate: Terre de Haut e Terre de Bas. Abitate in origine dagli Arawak, furono scoperte da Colombo nel 1493 e contese per secoli tra francesi e inglesi. Qui si combatté la celebre Battaglia dei Santi del 1782. A ricordarla, l’imponente Fort Napoléon, sulla cima del Morne Mire, da cui si gode una delle viste più belle al mondo: l’azzurro del mare, il verde delle colline, le case colorate e, in lontananza, Dominica, Basse Terre e Grande Terre. Sceso dal traghetto, con un’ora libera prima del check in, mi sono fermato in un bar creolo per un tourment d’amour, il dolce simbolo delle Saintes. Morbido, profumato di cocco, nasce dalla tradizione delle donne che lo preparavano per i marinai al ritorno dal mare. Ogni 15 agosto l’isola celebra un concorso dedicato a questa specialità. Gustarlo qui, tra casette creole vivaci, negozietti e profumi che sanno di festa, è stato un piccolo rituale mattutino. Con un buon caffè italiano ho aperto i miei appunti e tracciato l’itinerario della giornata, che sarebbe iniziata dalla spiaggia di Grande Anse, a pochi passi dal mio alloggio nel cuore del borgo. Grande Anse si trova alla fine della pista di un piccolo aerodromo: un lido lungo quasi un chilometro, con sabbia dorata e una vista spettacolare su Dominica e Marie Galante. Perfetta per passeggiate e tramonti, meno per gli sport acquatici a causa delle forti correnti. Oggi si presenta selvaggia e affascinante: il bagnasciuga invita a camminare respirando il profumo del mare, mentre le palme piegate dal vento raccontano la forza degli alisei su questo lato dell’isola. Soddisfatto delle foto e dei video raccolti — non l’avevo mai visitata prima — riprendo il cammino verso un altro angolo che sembra un dipinto. In quindici minuti raggiungo Baia Marigot, un piccolo porto di pescatori che riposa tra due colline gemelle affacciate su un’acqua verde smeraldo. È questo abbraccio naturale a custodire una delle spiagge più celebri di Terre de Haut: Pompierre. Lunga oltre 300 metri, è un paradiso protetto, ombreggiato da alte palme di cocco e bagnato da un mare azzurro che sembra dipinto. Si raggiunge facilmente dal centro con una passeggiata di venti minuti lungo la rue de Pompierre, tra casette creole e scorci autentici. Qui non è raro incontrare il cabri, la piccola capra locale, o qualche iguana che si gode il sole: presenze discrete che ricordano quanto la natura sia la vera padrona di casa. Pompierre non è solo una spiaggia, è un luogo che racconta l’anima delle Saintes. Lasciata Pompierre, proseguo verso un’altra perla: il lido Mire. Una baia raccolta e timida, ai piedi del Forte Napoléon, la grande sentinella di pietra dell’arcipelago. Qui il paesaggio cambia: palme che ondeggiano, profumo di salsedine, silenzi che rallentano il tempo. Mire non è fatta per lunghe nuotate o snorkeling, ma per chi cerca quiete. Le piccole barche dei pescatori, tirate a riva o ancorate poco al largo, raccontano albe, reti e un mestiere che resiste. Un angolo semplice e autentico, che conquista proprio per la sua verità. Lasciata la quiete del lido Mire, con le sue barche di pescatori e il ritmo lento, rientro verso il centro di Terre de Haut. Il paesaggio cambia: dalle palme solitarie alla vivacità del borgo. Il primo edificio che incontro è la chiesa della Madonna dell’Assunzione, semplice e luminosa. Accanto, il monumento che celebra il 350º anniversario della fondazione dell’isola racconta secoli di storia e resistenza. Poco più avanti appare il municipio, variopinto e circondato da palme e siepi curate. All’ingresso sventolano le bandiere francese ed europea, mentre due cannoni d’epoca ricordano le antiche contese tra francesi e inglesi. Di fronte, un ampio giardino dona respiro alla piazza. Attraverso questo mondo di colori, storia e devozione, riprendo il cammino verso l’ultima tappa della giornata. La strada si fa silenziosa, le case si diradano, la pendenza aumenta. Poi, all’improvviso, Anse Rodrigue si apre come una rivelazione: sabbia chiarissima, scogliere selvagge che la proteggono, un mare turchese quasi sacro. Di fronte, Grand Ilet veglia come un guardiano. Qui, tra palme, vento e il mare che si prepara al tramonto, metto il sigillo a questa giornata. Terre de Haut continua a sorprendermi: ogni ritorno aggiunge un’emozione nuova. Domani sarà la volta di Terre de Bas, e so già che mi attenderanno altre meraviglie. Municipio di Terre-de-Haut

  • Diario di viaggio 2026. 10 febbraio

    Dove finisce il fango e ricomincia la luce: l’ultimo giorno a Basse-Terre Cari amici, eccoci di nuovo qui, come ogni sera, a ripercorrere una giornata che ha avuto il sapore dell’ultima sfida. Goyave mi ha accolto con il suo cielo grigio e la sua storia antica, ma soprattutto con l’ultima cascata del mio viaggio: Bras de Fort. Non immaginavo che sarebbe stata una delle prove più dure… e più soddisfacenti. La mattina è iniziata sulla spiaggia di Sainte-Claire, un’ansa di sabbia chiara lunga oltre quattrocento metri, silenziosa sotto un cielo velato. Le palme piegate dal vento creavano un arco naturale, mentre il mare, privo di luce, si mostrava in un grigio lattiginoso. Una calma sospesa, quasi ipnotica. Seduto a gustare una girella alla vaniglia e uva passa, ho raccolto l’energia per la tappa successiva, la cascata di Bras de Fort. Ed è lì che l’avventura ha iniziato a mostrare i denti. Il primo ostacolo è stato… trovare il parcheggio. Google Maps mi ha portato fuori rotta e qui apro una parentesi: sulle strade statali della Guadalupa la segnaletica turistica è impeccabile, chiara, presente, rassicurante, in francese e creolo. Ma basta deviare verso i sentieri che portano alle cascate e… il nulla. Nessun cartello, nessuna indicazione, solo bivi anonimi. È come se la natura dicesse: “Vuoi arrivare fin qui? Guadagnatelo.” Per fortuna due ragazzi del posto mi hanno rimesso sulla strada giusta. Finalmente parcheggio. Davanti a me un sentiero fangoso, trecento metri in un campo incolto, poi un bivio che conduce al fiume Bras de Fort. La pioggia della notte aveva trasformato tutto in un pantano: radici scivolose, fango fino alle caviglie, acqua torbida che non lasciava vedere il fondo. Ogni metro era una sfida. Attraverso il fiume una prima volta, poi una seconda, poi una terza. L’acqua corre veloce, il sentiero si stringe, il respiro si fa più corto. Ma il rumore della cascata cresce, diventa un richiamo. E poi eccola: Bras de Fort, imponente, un getto di venti metri che si tuffa in un bacino marrone, stravolto dalla pioggia. Avrei voluto vederlo azzurro, come nelle foto, ma oggi era selvaggio, primordiale. Eppure, la soddisfazione di averla raggiunta così, dopo tanta fatica, è stata immensa. Seduto su un masso, il fiato corto e il cuore pieno, ho visto arrivare altri escursionisti infangati: sguardi complici, ognuno aveva vinto la sua piccola battaglia. L’ultima cascata del mio viaggio. L’ultima prova. E dentro di me una gratitudine profonda. Nel frattempo, il cielo è cambiato: il grigio si è dissolto e un sole deciso ha illuminato tutto. Qui il tempo è così: un attimo piove, un attimo dopo esplode la bellezza. Ho approfittato della schiarita per tornare a Plage Roseau, già visitata nel 2022. Un lido con una zona sopraelevata tra gazebo e alberi tropicali, e nella parte sottostante sette piccole baie che sembrano piscine naturali. Avevo bisogno di lavarmi dopo l’escursione: mi sono tuffato in una delle anse e ho nuotato avanti e indietro. Una rinascita. Con abiti puliti, ero pronto per l’ultima tappa della giornata. La destinazione finale erano i Giardini d’Acqua di Blonzac otto ettari di laghetti, stagni, felci, liane, fiori tropicali e uccelli variopinti. Un luogo pensato per la tranquillità, con canoe, aree picnic e attività ricreative. In quindici minuti arrivo all’ingresso… ed è chiuso. Aperto solo dal mercoledì alla domenica. Nel mio prospetto dettagliato delle escursioni avevo sempre annotato orari e giorni, ma proprio quello relativo ai giardini d’acqua era privo di indicazioni. Per l’ultimo sito dell’ultimo giorno… mi sono dato buca. Un po’ mi è dispiaciuto, lo ammetto. Ma tant’è: retromarcia, e sosta lungo la strada del ritorno a Basse-Terre in un’altra kassaveria per gustarne una seconda dopo quella di ieri. La giornata quindi, si è chiusa così, tra organizzazione e preparativi: riconsegna dell’auto, pieno, lavaggio, acquisto del biglietto del traghetto veloce, contatto con il proprietario della residenza a Terre-de-Haut… e queste nuove pagine del mio diario. E con oggi si chiude la mia lunga permanenza su Basse-Terre, la terza isola dopo Grande-Terre e La Désirade. Ventuno giorni che hanno scolpito nella memoria paesaggi, incontri, silenzi e meraviglie. Ma il viaggio non finisce qui: l’emozione di scoprire nuovi luoghi continua a pulsare forte. Domani, di buon’ora, mi attende il traghetto da Trois-Rivières verso Les Saintes, due isole abitate — Terre-de-Haut e Terre-de-Bas — ricche di dettagli e segreti che voglio finalmente vedere con i miei occhi. Non solo per arricchire l’archivio fotografico, ma per dare nuova linfa ai progetti editoriali dei prossimi mesi. Grazie di cuore per essere qui, per seguirmi, per camminare idealmente accanto a me in questo viaggio che continua a sorprendermi. A domani. Spiaggia Sainte-Clare (Goyave)

  • Diario di viaggio 2026. 9 febbraio

    Laghi, canyon nascosti e giardini da sogno Buongiorno amici, il mio diciannovesimo giorno in Guadalupa è stato un vortice di emozioni, natura e avventura. Ho iniziato dal Grand Étang, il più grande lago delle Antille francesi: cinque ettari d’acqua quieta sospesi tra foresta e cielo, un piccolo mondo che sembra respirare lentamente. Arrivare presto è stata la scelta migliore. Al parcheggio di Savane l’Étang non c’era nessuno, solo il fruscio del vento tra le foglie e il richiamo lontano degli uccelli. Il sentiero si inoltrava in un silenzio protetto, quasi sacro, e quando il lago è apparso, immobile e perfetto, ho capito perché è considerato un paradiso naturale. L’acqua verde scuro rifletteva nuvole e alberi come uno specchio. Il giro ad anello di 2,3 chilometri è diventato un viaggio sensoriale: bambù altissimi, radici contorte, palme di montagna, scorci improvvisi tra gli alberi, giochi di luce che mutavano a ogni passo. Nessun turista, nessuna voce, solo la natura che si svegliava. Ogni curva era una sorpresa, ogni sosta un respiro profondo. Alla fine, il lago non era più un luogo, ma un ricordo inciso, una favola vissuta, un frammento di pace che riconcilia con il mondo. Lasciato il Grand Étang, ho raggiunto il sentiero del Bassin Paradise. Anche qui il mattino custodiva un’atmosfera pura, quasi protetta. In quindici minuti di cammino il bosco si è aperto su un bacino verde smeraldo, profondo circa tre metri, incastonato tra rocce scure e vegetazione fitta. Le acque del Grosse Corde, dopo un breve salto, creavano un piccolo spettacolo naturale, semplice e selvaggio. Mi sono fermato ad ascoltare il mormorio dell’acqua, a respirare l’odore fresco del bosco, a lasciarmi avvolgere da quella calma vibrante. Poco più in basso, il Bacino Caldo, con i suoi 39 gradi, aggiungeva un contrasto sorprendente: acqua calda in un ambiente ombroso, un’altra meraviglia nascosta. La magia del mattino si era compiuta: prima la quiete assoluta del lago, poi l’energia del bacino. Due luoghi diversi, un’unica immersione nella natura più autentica di Basse-Terre. La giornata è proseguita a Petit-Bourg, il più grande comune della Guadalupa, un territorio che abbraccia costa e Parco Nazionale. Qui mi attendeva il Giardino Botanico di Valombreuse, un mondo sospeso tra realtà e sogno. Appena varcata la soglia, ho sentito di entrare in un regno verde, un mosaico di biodiversità. E prima ancora di iniziare l’esplorazione a piedi, mi sono lasciato trasportare dal trenino panoramico, un piccolo convoglio colorato che attraversa l’intero parco. Seduto su quelle panche di legno, con l’aria tiepida che accarezzava il viso, ho osservato il giardino aprirsi come un libro illustrato: palme gigantesche, fiori tropicali, stagni silenziosi, colibrì che sfrecciavano come frecce luminose. Il trenino avanzava lentamente, permettendo di cogliere ogni dettaglio, ogni sfumatura. Era come essere guidati dentro un sogno, un preludio perfetto alla visita a piedi. Una volta sceso, ho ripercorso gli stessi sentieri con calma, soffermandomi sui punti più pittoreschi. Orchidee, felci, alberi centenari, fiori straordinari come la Strelitzia, l’“uccello del paradiso”. Il canto dei picchi endemici accompagnava ogni passo, mentre ruscelli, pozze giapponesi e la cascata Cordylines aggiungevano una magia liquida. Nonostante la presenza di turisti, il giardino sembrava tutto mio: un luogo che ripagava i sensi, la curiosità, la voglia di scoprire. Poi è arrivato il momento più atteso: il Canyon Moustique. Già dal parcheggio si percepiva l’energia del luogo, con famiglie ed escursionisti che rientravano infangati e sorridenti. Il sentiero, classificato di media difficoltà, si è rivelato subito impegnativo: radici contorte che sembravano voler trattenere i piedi, fango alle caviglie, sassi scivolosi che obbligavano a continui equilibri. La risalita del fiume ha aggiunto adrenalina pura: cinquecento metri immerso nell’acqua, che in alcuni tratti arrivava al petto. Il mio zaino impermeabile sollevato sopra la testa, il cuore che batteva forte, i turisti che avanzavano lentamente come figure sospese. Ma quando il canyon si è aperto davanti a me, con il suo corridoio verde smeraldo lungo sessanta metri e le pareti basaltiche ricoperte di vegetazione, ogni fatica è svanita. Era un santuario naturale, un capolavoro scolpito dall’acqua. Mi sono fermato a lungo, appoggiato a un sasso, rapito dalla bellezza e dalla forza del luogo. L’acqua non era fredda, ma vibrante, carica di energia. Era il vertice della mia esperienza in Guadalupa, un momento che rimarrà inciso nella memoria. A fine escursione, affamato e felice, mi sono fermato da una piccola signora, Josè, che mi ha preparato una cassave, galetta di manioca cotta sulla platine e farcita con cocco o goyave. Mentre mimava i gesti antichi della preparazione, mi raccontava che ogni cassave è un pezzo di storia. «È un rituale antico, qui lo facciamo da generazioni», mi ha detto con orgoglio. Il profumo della manioca calda, il sapore intenso dello sciroppo di goyave, il calore della sua voce che raccontava tradizioni hanno trasformato quel semplice assaggio in un momento prezioso, quasi familiare. Era come essere accolto in una casa che non conoscevo, ma che mi apparteneva. La giornata si è chiusa con quella stanchezza buona che nasce solo dalle avventure autentiche. Dal silenzio sospeso del Grand Étang alle acque vive del Bassin Paradise, dai colori di Valombreuse all’adrenalina del Canyon Moustique, ogni tappa ha lasciato un’emozione precisa, un segno profondo. E mentre rientravo, con il sapore della cassave ancora sulle labbra, ho sentito crescere una gratitudine sincera per questa isola che continua a sorprendermi. Domani sarà la mia ultima giornata a Basse‑Terre, un capitolo finale che dedicherò alla scoperta di Goyave e delle sue meraviglie. Poi sarà tempo di ripartire, di attraversare il mare e raggiungere Les Saintes, dove nuove avventure mi attendono. Ma questa terra lussureggiante, con i suoi sentieri, le sue acque e la sua gente, resterà con me ancora a lungo. Canyon Moustique (Petit-Bourg)

  • Diario di viaggio 2026. 8 febbraio

    Guadalupa, tra acque e memorie: il mosaico di emozioni dell’8 febbraio Diciotto giorni sono già trascorsi, eppure sembrano un battito di ciglia. Diciotto giorni di meraviglie intrecciate tra spiagge dorate e selvagge, siti storici che raccontano memorie di resistenza, tradizioni culinarie che hanno acceso i sensi, paesaggi mozzafiato e una natura esplosiva che qui, sull’isola di Basse-Terre, trova la sua massima espressione. Ogni giornata è stata un mosaico di emozioni, un tassello che si incastra nell’altro, costruendo un viaggio che non è solo scoperta ma anche trasformazione. La giornata dell’8 febbraio si è aperta sotto il segno della natura: un itinerario dedicato alle meraviglie di Gourbeyre e, successivamente, alle memorie storiche di St. Claude. Due comuni che, tra foreste pluviali, acque termali e tracce coloniali, raccontano la doppia anima della Guadalupa: selvaggia e vibrante, ma anche storica e resiliente. Alle 7.15 ero già in auto, diretto alla celebre Bains des Amours. La scelta di partire presto nasceva dal desiderio di evitare l’affollamento e concedermi un inizio di giornata da favola, immerso in questa vasca naturale a forma di cuore, incastonata nella foresta pluviale. L’acqua calda, oltre i 30 gradi, avvolgeva i muscoli e liberava la mente, mentre il canto degli uccelli e il fruscio delle foglie creavano un abbraccio magico. Seduto lungo le pareti, ho percepito un equilibrio perfetto tra corpo e natura, un risveglio che resterà impresso come simbolo di pace e gratitudine. Accanto alla vasca si trova l’area dei Bagni Dolé, con altri due punti termali: un piccolo bacino alimentato da una cascata e il bacino naturale Dolé, oggi chiuso per scarsità d’acqua. Diversi per forma e atmosfera, raccontano la stessa storia: quella di un territorio che vive in simbiosi con il vulcano Soufrière, capace di trasformare la forza della terra in benessere e gratitudine. Lasciati i Bagni Dolé, ho proseguito lungo strade che si insinuano nel cuore della foresta pluviale per raggiungere il Bassin Bleu. Ogni curva era un invito a rallentare e respirare l’umidità intensa e i profumi vegetali. Situata a 620 metri di altitudine, la cascata si raggiunge in circa venti minuti di cammino, tra fruscii di foglie, canti di uccelli e il ritmo dei passi sul terreno umido. Dopo aver costeggiato il fiume Galion, quasi d’incanto mi è apparso il Bassin Bleu: una conca scolpita nella roccia vulcanica, dove le acque si raccolgono in un blu turchese intenso, quasi irreale. La luce filtrata tra le fronde accendeva questa gemma naturale. Non ho esitato: mi sono immerso, lasciando che l’acqua fresca mi avvolgesse, provando la libertà di un bagno in totale armonia con la natura. Dal calore avvolgente delle acque di Dolé al brivido rigenerante del Bassin Bleu, due temperature opposte ma unite dallo stesso fascino. E come se non bastasse, una corda sulla parete vulcanica mi ha condotto a una piscina nascosta, un bacino segreto che ha amplificato la sorpresa e l’incredulità. Il Bassin Bleu non è solo un sito da visitare, ma un’esperienza sensoriale completa, un frammento di paradiso che rimane inciso nella memoria. Appagato dalle prime esperienze della giornata, ho lasciato il Bassin Bleu e mi sono diretto a Gourbeyre. Fondata nel 1837 come Dos-d’Ane e ribattezzata nel 1846 in onore dell’ammiraglio Gourbeyre, la cittadina ha radici profonde nella storia coloniale. L’abitazione Bisdary fu una delle più fiorenti piantagioni di zucchero, ma incendi e uragani ne segnarono il destino. Dopo l’abolizione della schiavitù, l’agricoltura si trasformò: dal calo della canna da zucchero si passò a caffè, cacao e banane, rendendo Gourbeyre un centro produttivo di rilievo. Parallelamente, le fonti termali di Dolé favorirono il turismo, intrecciando natura e benessere. Girovagando per il centro, tra municipio e busto dell’ammiraglio, ho cercato i siti in programma, ma la Cappella di Saint-Jean Bosco e il monastero carmelitano erano chiusi. Ho visitato invece la suggestiva poudrière du Houëlmont, polveriera del XIX secolo immersa nel verde. Con la mente ancora colma delle immagini del Bassin Bleu e delle acque di Dolé, ho tracciato la rotta verso St. Claude. Le prime tappe previste erano la Casa Ducharmoy, l’abitazione Joséphine e l’antica Mont-Carmel, edifici che avrebbero dovuto raccontare la vita coloniale e agricola dell’isola. Purtroppo, tutti i siti si sono rivelati inaccessibili, essendo oggi proprietà private. La frustrazione è stata forte, ma il viaggio è fatto anche di imprevisti, e proprio da questi nascono le avventure più autentiche. Scorrendo tra i siti di riserva, ho scoperto la vicina cascata Matouba, un luogo protetto e selvaggio che sembrava attendermi come nuova sfida. Il sentiero, posto a circa quattrocento metri dall’ex abitazione Joséphine, si annunciava tortuoso, fangoso e sassoso: esattamente ciò che cercavo per trasformare la delusione in adrenalina. Con lo sguardo rivolto al Soufrière, la “Vecchia Dama” che domina i Caraibi, ho intrapreso il cammino con la certezza che la sfida avrebbe regalato emozioni indimenticabili. Le indicazioni parlavano di un’escursione facile, ma presto ho capito che la natura aveva in serbo una prova più impegnativa. Dopo una breve piantagione di banane, mi sono infilato in un sentiero stretto, coperto di radici umide e fango. Ogni passo era una sfida: la discesa metteva a dura prova i quadricipiti, costretti a frenare scivolate e saltare ostacoli. Rispetto al Bassin Bleu, Matouba era più dura e selvaggia, ma anche più elettrizzante. Non mi sono fermato neppure davanti a un dislivello di oltre due metri, scivolando con il sedere sul terreno fangoso. Uscito dal bosco, ho raggiunto il corso roccioso del fiume Sainte Louis. Sagome di persone in lontananza segnalavano che la meta era vicina. Saltellando tra i sassi, scavalcando massi e camminando su un tronco caduto, ho raggiunto finalmente la cascata Matouba: maestosa, divisa in due getti da una roccia centrale, incastonata in una cavità di oltre dieci metri. Ai suoi piedi, un bacino di un azzurro intenso mi ha lasciato senza fiato. La cascata più bella incontrata finora, capace di trasformare la fatica in pura esaltazione. La stanchezza accumulata mi ha spinto a cercare qualcosa di rigenerante: un bagno caldo ai Bains Jaunes, a 950 metri di altitudine, ai piedi del Soufrière. Dopo venti minuti di salita tortuosa ho raggiunto questa “spa naturale”. L’acqua calda, tra i 30 e i 31 gradi, mi ha accolto in un silenzio avvolgente: trenta minuti di pace assoluta. La giornata dell’8 febbraio è stata un mosaico di emozioni: dal calore di Dolé alla freschezza del Bassin Bleu, dalla storia di Gourbeyre alla sfida di Matouba, fino al bagno rigenerante dei Bains Jaunes. Un equilibrio perfetto tra fatica e gratitudine. Domani, nuove meraviglie mi attendono a Capesterre-Belle-Eau e Petit-Bourg, con il giardino botanico di Valombreuse. Bagno dell'amore (Gourberye)

  • Diario di viaggio 2026. 7 febbraio

    Un mosaico di storia e natura: l’avventura verso Trois-Rivières e Vieux-Fort Un mosaïque d’histoire et de nature: l’aventure vers Trois-Rivières et Vieux-Fort Carissimi buongiorno, questo viaggio continua a regalarmi emozioni intense e soddisfazioni profonde. Ogni giornata aggiunge un tassello prezioso al mosaico della mia esperienza in Guadalupa, e la sensazione è che il meglio debba ancora arrivare. Il programma rimane ricco e impegnativo, ma proprio per questo carico di attese e sorprese. Oggi a Trois-Rivières ho affrontato prima un percorso che intreccia natura e storia: l’escursione sul sentiero escursionistico di Grande Pointe, con le vestigia del XVIII secolo, le rocce incise che richiamano i petroglifi delle Roches Gravées, l’antico mulino a vento restaurato, i resti dell’abitazione legata alla produzione dello zucchero e la batteria di cannoni con la piccola polveriera, successivamente sono andato a verificare se il Parco archeologico del Roches Gravèes è ancora in ristrutturazione. Alle 7:30 ero già in auto, pronto a percorrere i quindici chilometri che mi separavano dall’Ansa Duquery, porta d’ingresso a questa avventura. Il meteo, ancora una volta, mi ha regalato condizioni ottimali: cielo limpido e temperatura sui 23 gradi. Dopo aver parcheggiato mi sono subito diretto sul sentiero che conduce ai citati siti storici. La discesa verso il fiume La Coulisse ha subito acceso l’adrenalina: acqua veloce, fondo scivoloso, attenzione massima. Poco dopo ho raggiunto l’Anse aux Galets, dove una passerella in legno abbraccia un gruppo di pietre incise. Cinque petroglifi ben visibili, tra cui la celebre pietra della donna che partorisce, mi hanno accolto come un palcoscenico naturale. Attorno, altre incisioni precolombiane confermano come questa terra sia un museo a cielo aperto. Il sentiero mi ha condotto poi al vecchio mulino a vento, ultimo ancora in piedi di Basse-Terre, trasformato in mulino ad acqua dopo il ciclone del 1825. Poco più avanti, i resti delle abitazioni degli schiavi, ormai quasi inghiottiti dalla vegetazione, hanno aggiunto un tocco di malinconia. Superate queste vestigia, il sentiero si è aperto su ampie aree panoramiche, fino alla polveriera e infine alla Grande Pointe, con due cannoni puntati verso il mare, testimonianza della posizione strategica di Trois-Rivières sul canale delle Saintes. Il ritorno lungo il sentiero è stato percorso con passo sicuro e la soddisfazione di chi ha vissuto un itinerario ricco e vario. Raggiunta l’auto, mi sono diretto verso Trois-Rivières per visitare il centro e poi capire se il parco archeologico delle Roches Gravées era effettivamente ancora chiuso come appreso dal web. Già nel 2022 il sito era chiuso per lavori, ma una mia incursione mi aveva permesso di ammirare oltre 230 incisioni rupestri, datate tra il 300 e l’800 d.C., immerse in un ambiente tropicale fiabesco. Giunto sul posto, ho constatato che nulla era cambiato: scoraggiato, ma deciso, ho superata una fatiscente rete di protezione, e mi sono avventurato di nuovo all’interno per ammirare questo spettacolo che, in tutta la Guadalupa, non ha eguali. Lasciato il parco archeologico, riprendo l’auto in direzione di Vieux-Fort. È mezzogiorno e il sole picchia forte: il caldo secco si fa sentire e, insieme alla stanchezza, arrivano i primi morsi della fame. Mi fermo in un tipico ristorantino di Trois-Rivières, affacciato su Grande Anse, splendida spiaggia di sabbia nera punteggiata da palme di cocco, dalla quale, in lontananza, è possibile ammirare lo stupendo arcipelago di Les Saintes. La scelta si rivela perfetta: esordisco con fragranti Accras, seguiti da un piatto di poulet alla brace con insalata e patatine, il tutto accompagnato da una birra locale fresca e leggera. Rinfrancato, riprendo il cammino verso Vieux-Fort, borgo dalla lunga storia. Prima dell’arrivo dei francesi era abitato dagli Amerindi. Nel 1635 Charles Liénart de l’Olive e Jean Du Plessis sbarcarono con 550 uomini e missionari domenicani, scegliendo questa zona per costruire un primo forte. Nel 1650 Houel edificò un nuovo forte, chiamato Vieux-Fort l’Olive, ma i conflitti con gli indigeni portarono a sanguinose guerriglie. Solo nel 1660 un trattato di pace pose fine alla guerra, relegando gli Amerindi nelle zone più aride. Vieux-Fort divenne così un punto strategico di difesa contro gli inglesi, ma nel 1703 il forte fu distrutto durante un assalto britannico. Con il Trattato di Parigi del 1763 la Guadalupa tornò alla Francia, e nel 1837 Vieux-Fort divenne comune. Passeggiando nel centro, raggiungo la chiesa Saint-Albert, che custodisce il più antico campanile della Guadalupa. Accanto si trova il municipio e, provvisoriamente, il celebre centro di ricamo, fondato nel 1980. Qui le donne del paese perpetuano un’arte antica introdotta da Madame de La Fayolle, favorita della regina Anna d’Austria. Entrare in questo atelier significa immergersi in un mondo di fili e trame delicate, dove ogni tessuto diventa opera d’arte. Spostandomi di circa un chilometro e mezzo dal municipio raggiungo la zona del grande faro, i resti della fortificazione de l’Olive e l’ansa Dupuy con il suo pittoresco porticciolo di pescatori. Qualche minuto di contemplazione del mare seduto proprio accanto al faro, quindi mi dirigo al porto. Reti stese ad asciugare, piccole imbarcazioni ormeggiate e il profumo intenso di mare creano un’atmosfera sospesa nel tempo. Il porto custodisce anche una piccola spiaggetta dal mare verde smeraldo, un angolo di paradiso che invita al relax. Disteso sulla sabbia, mi lascio avvolgere dalla quiete e da un breve sonno ristoratore. Ripresomi, mi concedo una bière Caraïbe, fresca e decisa, perfetta per chiudere la giornata. Le escursioni erano ormai concluse e, con la soddisfazione di aver completato un itinerario ricco di storia e suggestioni, ho rivolto il pensiero al domani. Con il cuore colmo di immagini e sensazioni, scelgo di rientrare per sistemare gli appunti e preparare la prossima tappa, dedicata alle meraviglie naturali di Gourbeyre e Saint-Claude. Roches Gravées sentiero Grande Pointe (Trois-Rivières)

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Il piacere di raccontare le bellezze di un arcipelago caraibico dalle mille sfaccettature dove spiagge magnifiche, una natura lussureggiante, paesaggi mozzafiato e una storia millenaria, fanno della Guadalupa un paradiso tropicale da scoprire e vivere armonicamente a stretto contatto con la verve di un popolo dalle chiare origini creole.

Stefano di Enjoy Guadalupa

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