Diario di viaggio 2026. 9 febbraio
- Stefano
- 1 minuto fa
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Laghi, canyon nascosti e giardini da sogno
Buongiorno amici, il mio diciannovesimo giorno in Guadalupa è stato un vortice di emozioni, natura e avventura. Ho iniziato dal Grand Étang, il più grande lago delle Antille francesi: cinque ettari d’acqua quieta sospesi tra foresta e cielo, un piccolo mondo che sembra respirare lentamente. Arrivare presto è stata la scelta migliore. Al parcheggio di Savane l’Étang non c’era nessuno, solo il fruscio del vento tra le foglie e il richiamo lontano degli uccelli. Il sentiero si inoltrava in un silenzio protetto, quasi sacro, e quando il lago è apparso, immobile e perfetto, ho capito perché è considerato un paradiso naturale. L’acqua verde scuro rifletteva nuvole e alberi come uno specchio.
Il giro ad anello di 2,3 chilometri è diventato un viaggio sensoriale: bambù altissimi, radici contorte, palme di montagna, scorci improvvisi tra gli alberi, giochi di luce che mutavano a ogni passo. Nessun turista, nessuna voce, solo la natura che si svegliava. Ogni curva era una sorpresa, ogni sosta un respiro profondo. Alla fine, il lago non era più un luogo, ma un ricordo inciso, una favola vissuta, un frammento di pace che riconcilia con il mondo.
Lasciato il Grand Étang, ho raggiunto il sentiero del Bassin Paradise. Anche qui il mattino custodiva un’atmosfera pura, quasi protetta. In quindici minuti di cammino il bosco si è aperto su un bacino verde smeraldo, profondo circa tre metri, incastonato tra rocce scure e vegetazione fitta. Le acque del Grosse Corde, dopo un breve salto, creavano un piccolo spettacolo naturale, semplice e selvaggio. Mi sono fermato ad ascoltare il mormorio dell’acqua, a respirare l’odore fresco del bosco, a lasciarmi avvolgere da quella calma vibrante.
Poco più in basso, il Bacino Caldo, con i suoi 39 gradi, aggiungeva un contrasto sorprendente: acqua calda in un ambiente ombroso, un’altra meraviglia nascosta. La magia del mattino si era compiuta: prima la quiete assoluta del lago, poi l’energia del bacino. Due luoghi diversi, un’unica immersione nella natura più autentica di Basse-Terre.
La giornata è proseguita a Petit-Bourg, il più grande comune della Guadalupa, un territorio che abbraccia costa e Parco Nazionale. Qui mi attendeva il Giardino Botanico di Valombreuse, un mondo sospeso tra realtà e sogno. Appena varcata la soglia, ho sentito di entrare in un regno verde, un mosaico di biodiversità. E prima ancora di iniziare l’esplorazione a piedi, mi sono lasciato trasportare dal trenino panoramico, un piccolo convoglio colorato che attraversa l’intero parco.
Seduto su quelle panche di legno, con l’aria tiepida che accarezzava il viso, ho osservato il giardino aprirsi come un libro illustrato: palme gigantesche, fiori tropicali, stagni silenziosi, colibrì che sfrecciavano come frecce luminose. Il trenino avanzava lentamente, permettendo di cogliere ogni dettaglio, ogni sfumatura. Era come essere guidati dentro un sogno, un preludio perfetto alla visita a piedi.
Una volta sceso, ho ripercorso gli stessi sentieri con calma, soffermandomi sui punti più pittoreschi. Orchidee, felci, alberi centenari, fiori straordinari come la Strelitzia, l’“uccello del paradiso”. Il canto dei picchi endemici accompagnava ogni passo, mentre ruscelli, pozze giapponesi e la cascata Cordylines aggiungevano una magia liquida. Nonostante la presenza di turisti, il giardino sembrava tutto mio: un luogo che ripagava i sensi, la curiosità, la voglia di scoprire.
Poi è arrivato il momento più atteso: il Canyon Moustique. Già dal parcheggio si percepiva l’energia del luogo, con famiglie ed escursionisti che rientravano infangati e sorridenti. Il sentiero, classificato di media difficoltà, si è rivelato subito impegnativo: radici contorte che sembravano voler trattenere i piedi, fango alle caviglie, sassi scivolosi che obbligavano a continui equilibri.
La risalita del fiume ha aggiunto adrenalina pura: cinquecento metri immerso nell’acqua, che in alcuni tratti arrivava al petto. Il mio zaino impermeabile sollevato sopra la testa, il cuore che batteva forte, i turisti che avanzavano lentamente come figure sospese. Ma quando il canyon si è aperto davanti a me, con il suo corridoio verde smeraldo lungo sessanta metri e le pareti basaltiche ricoperte di vegetazione, ogni fatica è svanita.
Era un santuario naturale, un capolavoro scolpito dall’acqua. Mi sono fermato a lungo, appoggiato a un sasso, rapito dalla bellezza e dalla forza del luogo. L’acqua non era fredda, ma vibrante, carica di energia. Era il vertice della mia esperienza in Guadalupa, un momento che rimarrà inciso nella memoria.
A fine escursione, affamato e felice, mi sono fermato da una piccola signora, Josè, che mi ha preparato una cassave, galetta di manioca cotta sulla platine e farcita con cocco o goyave. Mentre mimava i gesti antichi della preparazione, mi raccontava che ogni cassave è un pezzo di storia. «È un rituale antico, qui lo facciamo da generazioni», mi ha detto con orgoglio.
Il profumo della manioca calda, il sapore intenso dello sciroppo di goyave, il calore della sua voce che raccontava tradizioni hanno trasformato quel semplice assaggio in un momento prezioso, quasi familiare. Era come essere accolto in una casa che non conoscevo, ma che mi apparteneva.
La giornata si è chiusa con quella stanchezza buona che nasce solo dalle avventure autentiche. Dal silenzio sospeso del Grand Étang alle acque vive del Bassin Paradise, dai colori di Valombreuse all’adrenalina del Canyon Moustique, ogni tappa ha lasciato un’emozione precisa, un segno profondo. E mentre rientravo, con il sapore della cassave ancora sulle labbra, ho sentito crescere una gratitudine sincera per questa isola che continua a sorprendermi.
Domani sarà la mia ultima giornata a Basse‑Terre, un capitolo finale che dedicherò alla scoperta di Goyave e delle sue meraviglie. Poi sarà tempo di ripartire, di attraversare il mare e raggiungere Les Saintes, dove nuove avventure mi attendono. Ma questa terra lussureggiante, con i suoi sentieri, le sue acque e la sua gente, resterà con me ancora a lungo.




