Diario di viaggio 2026. 16 febbraio
- Stefano

- 9 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min
Dalle porte chiuse alle scoperte inattese: il mio addio alla Guadalupa
Oggi ho scritto l’ultima pagina della mia lunga permanenza in Guadalupa, e mentre lo facevo sentivo che non stavo davvero concludendo nulla. Questa terra non si lascia chiudere in un diario: resta addosso come il sale sulla pelle dopo un bagno che non vuoi dimenticare. Mi ha conquistato in ogni momento: scenari naturali che cambiano come un respiro, paesaggi che ti obbligano a fermarti, una gastronomia raffinata che racconta la storia di un popolo attraverso spezie, rum, manioca, pesce fresco. E poi loro, i guadalupensi: vivaci, orgogliosi, capaci di emozionare con la loro storia e la loro ospitalità.
L’ultima giornata l’ho dedicata a Marie Galante, isola sospesa nel tempo, dove il vento porta ancora l’eco dei mulini e dei campi di canna da zucchero. Tra l’organizzazione del rientro e qualche imprevisto, sono comunque riuscito a seguire quasi tutto il programma, allungandomi poi sul versante ovest per rivedere spiagge che mi erano rimaste nel cuore.
La prima tappa era Grand Bourg, per visitare il museo creolo West Indies. Ma, arrivato sul posto, scopro che ha chiuso i battenti nonostante il sito lo desse ancora aperto. Una piccola delusione. Mi incammino verso il centro e, quasi per caso, scopro il Museo delle Arti e delle Tradizioni. Le esposizioni esterne mi incuriosiscono subito. Parcheggio, scendo e mi avvicino all’ingresso.
Mi accoglie la signora Lucia, la proprietaria. Le spiego il motivo della mia visita e lei, con un sorriso pieno d’orgoglio, decide di aprirmi il museo nonostante fosse giorno di chiusura. Accende le luci e mi invita a entrare come si invita qualcuno nella propria storia. Dentro, il tempo cambia ritmo. Oggetti del passato – utensili, porcellane, bambole, strumenti musicali – sembrano avere ancora un’anima. Sento odori antichi, il legno consumato, il ferro battuto. Ogni oggetto racconta una vita. Lucia mi accompagna con discrezione, ma nei suoi occhi vedo la stessa emozione che provo io. Alla fine, ringrazio lei e sua madre, intenta a cucire in un angolo. Prima di andare via, scatto una foto a Lucia accanto a una bambola d’epoca: un ricordo prezioso di un incontro inatteso.
Riparto verso la chiesa dell’Immacolata Concezione, lasciando sulla destra la magnifica spiaggia tropicale di Grand Bourg. La chiesa, Monumento storico dal 1979, ha resistito a incendi, terremoti e cicloni: un simbolo di resilienza creola. All’interno regna un silenzio rispettoso. Ammirando altare, fondi battesimali e la targa del “miracolo” del 1837, scatto poche foto per non disturbare i fedeli. Fuori, la piazza esplode nei colori del mercatino creolo. Compro qualche pensierino per i miei cari e riparto verso Saint Louis.
Saint Louis è un borgo tranquillo, con il monumento ai caduti davanti al municipio e la lunga spiaggia di Folle Anse poco distante. Lungo la strada si incontrano luoghi di grande interesse storico, come l’ex zuccherificio Roussel Trianon, già visitato in passato. Poco più avanti, la mia attenzione viene catturata dalla fabbrica di zucchero di Grande Anse, la più importante dell’isola. Non era nei miei piani, ma mi fermo. Chiedo il permesso alla security e posso fotografare e leggere i pannelli informativi. Fondata nel 1845, per decenni ha prodotto fino a 150.000 tonnellate di zucchero l’anno. Nel 2013 la produzione crollò a 62.000 tonnellate, ma un piano di rilancio ha riportato la filiera verso le 80.000, con l’obiettivo di tornare ai livelli storici. Oggi l’isola conta 1.300 produttori e 1.800 ettari coltivati, quasi tutti raccolti a mano. Nonostante impianti datati, la sucrerie continua a funzionare grazie a investimenti mirati.
Soddisfatto anche di questa visita inattesa, mi dirigo verso Vieux Fort, famoso per le sue spiagge idilliache e per le escursioni in pedalò tra le mangrovie. Ma, arrivato, trovo tutto chiuso: nessuno presente, pedalò legati al molo. Vieux Fort mi ha dato buca. Percorro solo una passerella di legno lungo il fiume, poi riparto con un po’ di delusione. Decido allora di salutare le spiagge del versante ovest: Anse Bambou, Vieux Fort, Canot, Moustique de Maya. Piscine naturali dai colori celeste pastello, talmente belle che è quasi impossibile non tuffarsi. Ma oggi non posso: devo preparare bagagli e documenti per il rientro. La nostalgia c’è, ma la gioia di averle riviste anche solo per pochi minuti compensa tutto.
Sulla strada del ritorno, guardando le scogliere che si tuffano nel mar dei Caraibi, capisco che questo viaggio non è stato solo un itinerario: è stato un incontro. Con la natura, con la storia, con le persone, ma soprattutto con una parte di me che qui ha respirato più forte. Marie Galante è stata l’ultima tappa, ma non l’ultima emozione. Lascio l’isola con gratitudine e con una promessa silenziosa: tornerò. Perché certi luoghi non si visitano soltanto: si abitano dentro, anche quando si è lontani. Le conclusioni di cuore le rimando a domani.








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