Diario di viaggio 2026. 14 febbraio
- Stefano

- 1 giorno fa
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L’isola che racconta: natura, schiavitù, indaco e resilienza
Sul lato sud ovest dell’arcipelago della Guadalupa splende una gemma autentica: Marie Galante, l’isola dei cento mulini. Un territorio dove storia, natura e tradizioni convivono in un equilibrio ancora intatto. Qui la canna da zucchero, coltivata da secoli, racconta un passato prospero ma segnato dalla schiavitù, ricordato oggi da tre siti UNESCO della Route des Esclaves. L’isola custodisce distillerie attive, mulini storici e paesaggi straordinari: spiagge luminose, scogliere frastagliate e un entroterra rurale che conserva la sua identità.
La mia giornata seguiva un itinerario preciso, ma un imprevisto ha cambiato i piani: una distorsione alla caviglia lungo il sentiero delle Galeries. Nulla, però, che potesse rovinare l’esperienza.
Alle otto, dopo la colazione nella mia residenza di Capesterre, sono partito verso Petite Anse, una piccola meraviglia accanto alla celebre Plage de la Feuillère. Petite Anse non è solo una spiaggia: è un rifugio naturale che sembra sottratto al tempo. La luce del mattino accende la sabbia chiarissima, il mare si apre in sfumature di celeste e turchese, le palme oscillano come sentinelle tropicali. Non c’è nulla di costruito, nulla di artificiale: solo natura pura, essenziale, capace di zittire ogni pensiero. È una parentesi di pace assoluta, un piccolo miracolo che ti accoglie con la sua semplicità e ti ricorda quanto la bellezza possa essere discreta e potente allo stesso tempo.
Da lì mi sono diretto a Capharnaüm, dove si trova il sentiero delle Galeries e i resti dell’antica fabbrica dell’indaco Les Galets, uno dei siti UNESCO dell’isola. Un luogo abbandonato ma potentissimo, che racconta la produzione dell’indaco tra XV e XVI secolo, quando Marie Galante era un centro fiorente grazie alle sue condizioni geomorfologiche ideali.
Il sentiero ad anello delle Galeries, lungo 1,4 km, è uno dei tratti più sorprendenti dell’isola. Non tanto per la difficoltà, quanto per la sua natura primordiale: rocce calcaree scolpite dal tempo, cavità modellate da antichi movimenti tettonici, un paesaggio quasi lunare. Il mare è sempre vicino, a pochi metri, e il suo respiro potente accompagna ogni passo. La vegetazione è bassa, resistente, adattata al vento e alla salsedine. Qui la natura non è addomesticata: è cruda, essenziale, autentica. Un piccolo viaggio nella geologia e nella forza degli elementi.
Proprio alla fine del percorso, però, un passo falso: la caviglia ha ceduto. Ho rinunciato così al lungo itinerario panoramico che da Anse Piton conduce a Caye Plate. Un rammarico, certo, ma la giornata aveva ancora molto da offrire.
Rientrato a casa e applicato ghiaccio e Fastum Gel, ero di nuovo in piedi. Ho quindi raggiunto Mare au Punch, un luogo di memoria legato al periodo immediatamente successivo all’abolizione della schiavitù. Qui, nel 1849, una rivolta scoppiata dopo brogli elettorali fu repressa nel sangue. Nei giorni successivi, gli ex schiavi gettarono l’intera produzione di rum nella grande vasca della fabbrica “Pirogue”, trasformandola in un gigantesco punch. Camminare tra i resti della fabbrica, osservare i macchinari inghiottiti dalla vegetazione e affacciarsi sullo stagno silenzioso è stato un momento di forte impatto emotivo.
Il pomeriggio è stato dedicato alla scoperta più sorprendente: la Maison de l’Indigo, nella sezione Murat. Sapevo della sua esistenza, ma viverla guidato dal signor Pierre è stato straordinario. Mi ha introdotto nel mondo dell’indaco, pianta originaria del Sud America e diffusa nelle Indie Occidentali dagli indigeni. Mi ha spiegato che esistono varietà diverse in Asia, Africa ed Europa, e che ovunque il processo è lo stesso: coltivazione, raccolta, macerazione delle foglie per estrarre il pigmento.
Poi è arrivato il momento più emozionante: la dimostrazione pratica. Dopo 48–72 ore di macerazione, l’indaco passa da liquido a pasta solida e poi a piccoli ciottoli blu brillanti. Pierre ha immerso un tessuto bianco nella vasca con indaco, lime e fruttosio, spiegandomi che più resta immerso, più il colore diventa scuro. Mi ha mostrato come creare riserve piegando il tessuto e poi… la magia: estratto dalla vasca, il tessuto è passato dal verde al blu semplicemente a contatto con l’aria. Al risciacquo, i pigmenti gialli sono svaniti, lasciando un blu puro e indelebile. Pierre mi ha raccontato leggende, simbolismi e virtù curative dell’indaco, e ho capito perché questa pianta attraversi i secoli senza perdere fascino.
Lasciando la Maison de l’Indigo, ho realizzato quanto Marie Galante sia riuscita a smuovere curiosità, stupore e un senso di connessione autentica con la sua storia. Ogni sito visitato – dalle grotte scolpite dal tempo alle falesie atlantiche, dai mulini silenziosi alle mani sapienti di Pierre – ha aggiunto un tassello a un mosaico ricchissimo.








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