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Diario di viaggio 2026. 14 febbraio

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Fort Joséphine: un sogno studiato, finalmente vissuto

L’ultima tappa della mia permanenza nell’arcipelago delle Saintes porta un nome che da settimane risuona nei miei appunti, nei video che ho guardato su YouTube e nelle pagine che ho studiato con curiosità crescente: l’isola Cabrit, anticamente denominata, per la sua forma, la piccola Martinica. Un isolotto piccolo, silenzioso, ma carico di storia. Un luogo che racconta battaglie, quarantene, strategie militari e, oggi, un impegno concreto per la conservazione del suo patrimonio naturale e culturale.

Inizialmente chiamato fort La Reine, è stato eretto nel 1777 dai francesi e, insieme al forte Napoléon, costituirà un importante sistema difensivo contro le incursioni inglesi. Nonostante ciò, nel 1809 le truppe britanniche invaderanno l’isola e distruggeranno il forte. Tornato sotto il controllo francese: il forte verrà ricostruito e, nel 1852, trasformato in un penitenziario. Ma la sua storia travagliata non finirà lì: il 6 settembre 1865 un violento uragano provocherà nuovi danni strutturali. Nonostante tutto, il forte Joséphine ha continuato a ospitare detenuti fino al 1902. Camminare tra le sue rovine sarà come sfogliare le pagine di un libro di storia aperto al vento.

La giornata è iniziata alle otto. Il mare era calmo, quasi immobile, come se volesse accompagnare con rispetto questa mia ultima esplorazione. La stessa piccola imbarcazione utilizzata per Terre-de-Bas mi aspettava al molo. In appena sette, forse otto minuti di navigazione, ho raggiunto Cabrit: un trasferimento breve, ma sufficiente a farmi percepire il distacco dal mondo abitato. L’attracco è avvenuto nell’ansa sottovento su un vecchio molo in legno, fatiscente, consumato dal tempo e dal sale. Un ingresso perfetto per un’isola che non ha mai ceduto al turismo di massa.

Appena messo piede a terra, ho imboccato una traccia di sentiero che si arrampicava verso l’interno. Il mio obiettivo era chiaro: raggiungere Fort Joséphine, il cuore militare dell’isola. Un luogo che avevo visto solo attraverso lo schermo, studiato tra mappe e articoli, immaginato mille volte. Ritrovarmelo davanti, finalmente reale, è stato come aprire un libro antico che conoscevo già, ma che non avevo mai potuto sfogliare con le mani.

La salita non è lunga, ma richiede attenzione. La vegetazione è fitta, il terreno irregolare, e il silenzio è rotto solo dal vento e dal richiamo degli uccelli. Quando le prime pietre del forte sono apparse tra gli alberi, ho sentito un’emozione difficile da contenere. Fort Joséphine, costruito per controllare l’accesso alla baia di Terre-de-Haut, conserva ancora oggi una dignità sorprendente. Le sue mura basse, le piattaforme, i resti delle casematte e i punti di osservazione raccontano secoli di tensioni, di strategie, di notti passate a scrutare l’orizzonte in attesa delle navi inglesi.

Mi sono fermato a lungo, molto più del previsto. Ho osservato ogni dettaglio: le pietre consumate, le aperture rivolte verso la baia, i resti dei depositi, la cisterna, i punti di tiro. Immaginare i soldati francesi, le manovre, le paure, le speranze, è stato naturale. Qui la storia non è un concetto astratto: è un’eco che vibra ancora.

Ma Cabrit non è solo un avamposto militare. L’isola ospita anche i resti di un lazzaretto, costruito dopo il decreto di Victor Schoelcher del 1848 che sancì la liberazione degli schiavi nelle colonie francesi. Da quel momento, e fino al 1902, Cabrit divenne luogo di quarantena per gli immigrati provenienti dalle Indie francesi. Il lazzaretto, situato in una valle dominata dal Morne Joséphine, si trova a circa quaranta metri sul livello del mare, lungo lo stesso sentiero che conduce al forte. Camminare tra quei resti, sapendo che qui migliaia di persone hanno atteso giorni, settimane, forse mesi prima di poter mettere piede sulla terraferma, aggiunge un livello di profondità emotiva difficile da descrivere. È un luogo che parla di speranza, di paura, di transizione.

Negli ultimi anni, l’amministrazione comunale di Terre-de-Haut ha avviato un rigoroso piano di gestione dell’isolotto, con l’obiettivo di preservarne il patrimonio storico e naturale. Sono stati creati tre itinerari turistici che permettono di scoprire i panorami sulla baia, Fort Joséphine, il lazzaretto e le batterie di Pointe à Cabrit e Pointe Bombarde. Un lavoro prezioso, che restituisce dignità a un luogo che rischiava di essere dimenticato.

Dopo la lunga sosta al forte e la visita al lazzaretto, ho proseguito verso gli altri punti dell’isola. Li ho osservati solo per pochi minuti: il tempo correva, e il mio rientro era prioritario. Dovevo pranzare, riorganizzare il diario di viaggio e preparare i bagagli per il trasferimento del pomeriggio verso Marie-Galante, con il traghetto veloce delle 15:30.

Il ritorno verso il molo è stato rapido. La piccola imbarcazione mi ha riportato a Terre-de-Haut in pochi minuti, lasciandomi addosso quella sensazione di soddisfazione piena che si prova quando si realizza qualcosa che si è atteso a lungo. Cabrit era un obiettivo che avevo studiato, immaginato, desiderato. E oggi, finalmente, l’ho vissuto.

Un’altra pagina scritta. Un altro tassello conquistato. Un’altra emozione che porto con me verso la prossima isola: Marie-Galante, l’isola dei cento mulini.

Forte Josephine (Isola Cabrit - Les Saintes)
Forte Josephine (Isola Cabrit - Les Saintes)

 
 
 

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Il piacere di raccontare le bellezze di un arcipelago caraibico dalle mille sfaccettature dove spiagge magnifiche, una natura lussureggiante, paesaggi mozzafiato e una storia millenaria, fanno della Guadalupa un paradiso tropicale da scoprire e vivere armonicamente a stretto contatto con la verve di un popolo dalle chiare origini creole.

Stefano di Enjoy Guadalupa

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