Diario di viaggio 2026. 12 febbraio
- Stefano

- 3 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min
Tra schiavitù, mare e silenzi: la giornata che non dimenticherò a Terre-de-Bas
Entre esclavage, mer et silence: la journée que je n’oublierai pas à Terre‑de‑Bas
Con grande fatica e con una soddisfazione ancora più grande, si chiude oggi la ventiduesima giornata trascorsa nell’arcipelago di Les Saintes. Una giornata intensa, sudata, vissuta con il corpo in movimento e la mente sempre desta, che mi ha regalato emozioni che solo queste isole sanno offrire. Alle 7:45 il battello diretto a Terre de Bas mi accoglie per condurmi sull’isola più silenziosa e autentica dell’arcipelago, diversa da Terre de Haut: più antica, più intima, più fedele alla sua identità originaria.
Sbarcato dopo appena dieci minuti di traversata, arrivo al piccolo porticciolo di Anse des Mûriers, accolto da un lato della naia dalla statua della Vergine, e dall’altra da quella di Nettuno, mentre più in alto, alle spalle di questa figura mitologica, una batteria di cannoni ricorda il passato difensivo dell’isola. È qui che inizia il mio itinerario, atteso da mesi: oltre dodici chilometri di cammino, zaino in spalla, litri d’acqua per resistere al caldo e la consapevolezza che oggi sarebbe stata una prova fisica e mentale.
La prima tappa è il Podere Fidelin, sito storico inserito nel 1997 nel progetto UNESCO “La rotta degli schiavi”. Qui, tra XVIII e XIX secolo, sorgeva una grande fabbrica di ceramiche fondata da Jean Pierre Fidelin, un tempo motore economico dell’isola. Nel 1837 vi lavoravano 130 schiavi tra vasai, trasportatori e addetti alle fornaci. La produzione, inizialmente dedicata al vasellame, si ampliò a pentole, mattoni e tegole, favorita dalla posizione strategica sulla splendida Grande Baie. Dopo l’abolizione della schiavitù, l’attività declinò fino a cessare. Avevo studiato questo luogo in ogni dettaglio, e raggiungerlo a piedi, lasciando la strada principale per imboccare il sentiero, è stato emozionante. L’area non è ben mantenuta, ma le rovine – le due fornaci, l’officina, le cisterne e l’edificio circolare – conservano un fascino potente. Toccare quelle pietre, immaginare le vite che le hanno attraversate, è stato uno dei momenti più intensi della giornata.
Riprendo il cammino lungo la costa sud per cinque chilometri fino a giungere a Petite Anse, centro nevralgico dell’isola. Qui si trovano il municipio, la chiesa di San Nicola, il piccolo mercato, lo stadio e un giardino pubblico con la riproduzione di un vascello per bambini. Accanto, una stele donata da Lilian Thuram, famoso calciatore francese nativo alla Guadalupa, ricorda l’importanza della solidarietà con una stele sulla quale è impressa una frase: “La solidarietà permette di affrontare le prove della vita. Impegnarsi al servizio degli altri dà un senso all’esistenza.” Un messaggio semplice e potente, che credo indirizzato ai bambini del posto. Il peregrinare per questo borgo si ravviva sempre di più quando incrocio le tipiche casette creole colorate gialle, arancio, verdi, rosa.
Proseguo verso la punta ovest, dove si trova Anse à Dos, piccola spiaggia frequentata da pescatori e, stamattina, da una scolaresca. Le acque smeraldo e il volo dei pellicani attirano subito la mia attenzione. Due pescatori puliscono il pesce appena preso, offrendo ai pellicani le interiora: una scena semplice e autentica, che mi regala una pausa preziosa dopo oltre sei chilometri di cammino.
Riparto per affrontare la salita più dura: il sentiero che porta alla sommità del Monte Abymes a oltre 290 metri di altitudine. Il caldo è intenso, la pendenza supera il 15%, e ogni passo è una prova di resistenza. La mente spinge, le gambe protestano, il sudore scorre senza tregua. Ma arrivato al punto panoramico, dove si trova un piccolo osservatorio, la fatica svanisce. Davanti a me si apre un panorama straordinario: il verde della vegetazione, il blu e il celeste della Grande Baie, e frontalmente la bellezza di Terre de Haut, con le sue anse e le case dai tetti rossi. In lontananza, un veliero da crociera e uno yacht di sessanta metri completano il quadro.
Sono le 11:30 quando lascio l’osservatorio e scendo verso il borgo di Grande Anse, dove mi fermo per riposare e mangiare due panini. La spiaggia, però, non è come me l’aspettavo: nonostante il nome, il lido è breve, coperto da sargassi, e il mare non è particolarmente scenografico. Una piccola delusione che mi ricorda quanto le foto online possano essere ingannevoli.
Riprendo il cammino verso l’ultima tappa: la Grande Baia, la stessa che dall’alto mi aveva incantato, posta accanto al podere Fidelin. In dieci minuti raggiungo il sentiero in discesa e, nonostante pensi già alla risalita, la vista che mi attende ripaga ogni sforzo. Le tonalità dell’acqua, dal blu al celeste, sono ipnotiche. La spiaggia è piccola, ma la sua armonia naturale la rende speciale. Scendo la scalinata bianca e celeste, la osservo per qualche minuto e poi mi avvio verso il porticciolo. Una birra fresca all’ombra di un bar locale accompagna l’attesa del battello.
Alle 12:50, con cinque minuti di ritardo, salgo a bordo. Esausto, un po’ disidratato, ma immensamente felice, rientro a Terre de Haut con la sensazione di aver vissuto una delle giornate più complete del viaggio. Terre de Bas mi ha regalato storia, fatica, silenzi, panorami e autenticità. Un’isola che parla piano, ma arriva dritta al cuore. Domani si riparte: mi attende il celebre sentiero Le Chameau, sito naturale protetto che custodisce specie endemiche rare e conduce a 309 metri di altitudine, da cui l’intero arcipelago si apre come un ventaglio di colori. Nel pomeriggio, tornerò su alcune spiagge iconiche del versante sud, tra cui la mia amata Pain de Sucre, che rivedrò volentieri per la terza volta. La ventitreesima giornata promette emozioni nuove. E io sono pronto a viverle tutte.








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