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  • L'arcipelago che non ti aspettavi - Les Saintes

    L'archipel pittoresque des Saintes, exclusif pour ses paysages naturels originaux, a le pouvoir de dégager un charme sans pareil. Les habitations colorées aux toits d'un rouge criard, nichées entre les baies et les collines verdoyantes des deux seuls îlots habités, Terre-de-Haut et Terre-de-Bas, se révèlent aux yeux des visiteurs comme deux étranges tableaux naïfs. Située au sud de la Basse-Terre, elle couvre une superficie d'environ quatorze kilomètres carrés et se compose de neuf îlots: Terre-de-Haut et Terre-de-Bas, toutes deux habitées, l'îlot Cabrit, Grand-Îlet, Coche, Augustins, Redonde, Pâté et Roches Percée. Habitées à l'origine par les tribus indiennes Arawak, les îles ont été découvertes par Christophe Colomb le 4 novembre 1493, qui les a nommées Los Santos en référence à la Toussaint. En 1782, ils ont été conquis par les Français et les Britanniques, à tel point que le 12 avril de cette année-là, la bataille des Saints a été livrée et remportée par les Britanniques. En 1816, elles reviennent en possession des Français qui y construisent deux importantes fortifications: le Fort Joséphine sur l'île de Cabrit et le Fort Napolèon sur le Morne à Mire à Terre-de-Haut. Les Saintes comptent aujourd'hui quelque 2500 habitants vivant exclusivement sur Terre-de-Bas et Terre-de-Haut d'origine bretonne, deux petites îles pleines d'authenticité, chacune avec sa propre identité. L’arcipelago pittoresco delle Saintes, unico per i suoi paesaggi naturali così particolari, ha il potere di sprigionare un fascino senza eguali. Le abitazioni colorate dai tetti rosso vivo, incastonate tra baie e colline verdeggianti dei due soli isolotti abitati, Terre-de-Haut e Terre-de-Bas, appaiono agli occhi dei visitatori come due insoliti quadri naïf. Situato a sud di Basse-Terre, l’arcipelago copre una superficie di circa quattordici chilometri quadrati e si compone di nove isolotti: Terre-de-Haut e Terre-de-Bas, entrambe abitate, e poi l’îlet Cabrit, Grand-Îlet, Coche, Augustins, Redonde, Pâté e Roches Percée. Abitate in origine dalle tribù indigene Arawak, le isole furono scoperte da Cristoforo Colombo il 4 novembre 1493, che le battezzò Los Santos in riferimento alla festa di Ognissanti. Nel 1782 furono contese tra Francesi e Britannici, tanto che il 12 aprile di quell’anno si combatté la celebre battaglia delle Saintes, vinta dagli Inglesi. Nel 1816 tornarono sotto il controllo francese, che vi costruì due importanti fortificazioni: il Fort Joséphine sull’îlet Cabrit e il Fort Napoléon sul Morne à Mire a Terre-de-Haut. Oggi le Saintes contano circa 2.500 abitanti, tutti residenti a Terre-de-Bas e Terre-de-Haut, in gran parte di origine bretone: due piccole isole autentiche, ciascuna con una propria identità ben definita. Le podcast de Les Saintes https://open.spotify.com/episode/1QpO6NVd32zZKgPY4e53oa?si=28d59138725f46d7

  • 27 aprile 1848 — La Guadalupa ritrova la sua libertà

    Ci sono date che non si limitano a segnare un momento: aprono una ferita, la illuminano, la trasformano in memoria. Il 27 aprile 1848 è una di queste. Quel giorno, a Parigi, un decreto cambiò per sempre il destino della Guadalupa e di migliaia di esseri umani ridotti in catene. Un decreto scritto da un uomo che non apparteneva all’isola, ma che ne avrebbe segnato per sempre la storia: Victor Schœlcher. Schœlcher non nacque rivoluzionario. Nato a Parigi nel 1804, figlio di un ricco produttore di porcellane, crebbe tra salotti letterari e amicizie illustri — George Sand, Berlioz, Liszt. La sua vita sembrava destinata alla cultura e al commercio, non alla lotta. Ma il destino lo portò lontano, oltre l’Atlantico, nelle Americhe e nei Caraibi. E fu a Cuba, davanti alla brutalità delle piantagioni, che la sua coscienza si spezzò e si ricompose in qualcosa di nuovo: un uomo che non poteva più tacere. Tornato in Francia, divenne giornalista, scrittore, osservatore lucido e implacabile del sistema schiavista. Scrisse articoli, saggi, denunce. All’inizio immaginava una fine graduale della schiavitù, ma i suoi viaggi nelle Antille lo trasformarono: capì che non esiste umanità possibile dentro la schiavitù. La libertà non può essere negoziata. La libertà è un atto. Nel 1848, come membro del governo provvisorio della Seconda Repubblica, Schœlcher presiedette la commissione che avrebbe scritto la storia. Fu lui a redigere il decreto del 27 aprile 1848, che abolì definitivamente la schiavitù nelle colonie francesi. Un testo che non era solo legge: era un grido, una promessa, una riparazione tardiva ma necessaria. La Guadalupa accolse la notizia un mese dopo, il 27 maggio 1848, giorno che ancora oggi vibra nella memoria collettiva come una seconda nascita. Per migliaia di uomini, donne e bambini, quel giorno significò respirare per la prima volta come esseri umani liberi. Ma la storia non è mai semplice. Schœlcher continuò a battersi per la dignità umana, contro la pena di morte, contro i maltrattamenti dei forzati. Fu deputato della Martinica e della Guadalupa, poi senatore a vita. Eppure, la sua figura rimane complessa, discussa, talvolta contestata. Perché la libertà non è mai un racconto lineare: è fatta di luci e ombre, di conquiste e contraddizioni, di memorie che cambiano con il tempo. Oggi, ricordare il 27 aprile significa onorare la lotta, ma anche ascoltare le voci di chi visse la schiavitù sulla propria pelle. Significa riconoscere che la Guadalupa contemporanea — con la sua cultura creola, le sue mangrovie, i suoi cimiteri monumentali, la sua musica e la sua spiritualità — è figlia di quella liberazione. Una liberazione che non cancellò il dolore, ma aprì la strada alla resilienza, alla dignità, alla costruzione di un’identità nuova. Il 27 aprile non è solo una data. È un ponte tra passato e presente. È un invito a ricordare, a comprendere, a non voltarsi dall’altra parte. È la prova che la libertà è un’eredità da proteggere, non un dono da dare per scontato. E mentre il sole tramonta sulle acque calme della Guadalupa, sembra quasi di sentire ancora l’eco di quel decreto attraversare il tempo: un sussurro che dice che nessuna catena è eterna, che nessuna notte è infinita, che la libertà — quando arriva — cambia tutto. A Pointe‑à‑Pitre è stato inaugurato un museo interamente dedicato a Victor Schœlcher, figura centrale dell’abolizione della schiavitù del 1848. Ospitato in un raffinato edificio creolo, il Museo Schœlcher accoglie ogni anno numerosi visitatori, attratti dalla ricca collezione di oggetti personali, documenti, ritratti e testimonianze che raccontano la vita e l’impegno di questo instancabile difensore della libertà. È un luogo che unisce memoria e cultura, permettendo di scoprire l’uomo dietro il decreto storico del 27 aprile 1848 e di comprendere più a fondo il ruolo che la sua azione ha avuto nella storia della Guadalupa. Un luogo che parla, che emoziona, che invita a riflettere.

  • L'arcipelago che non ti aspettavi - Grande-Terre

    Grande‑Terre  est l’une des deux îles principales qui composent l’archipel de la Guadeloupe, situé dans les Antilles, en mer des Caraïbes. Elle se trouve dans la partie orientale de l’archipel et est séparée de l’île voisine de Basse‑Terre  par la rivière Salée. Avec une superficie de 585 km² , l’île présente une forme allongée et une géographie variée, alternant plages de sable, falaises et baies protégées. Le paysage de Grande‑Terre est dominé par des collines et des plaines recouvertes d’une végétation typique des zones tropicales. La partie centrale de l’île accueille des terres agricoles, tandis que ses côtes sud et est sont bordées de plages de sable blanc et d’eaux cristallines, idéales pour la détente et les activités balnéaires. La côte nord et ouest, en revanche, est caractérisée par des falaises et des zones sauvages, offrant des panoramas spectaculaires et une atmosphère intime et préservée. Grande‑Terre possède une histoire riche et fascinante qui remonte à la période coloniale, lorsque les Français la découvrirent en 1635 . Au cours des siècles suivants, l’île devint un important centre de production de sucre et de rhum, des activités qui constituent encore aujourd’hui une part significative de son économie. Cependant, avec le temps, le tourisme a pris une place de plus en plus importante, attiré par ses beautés naturelles, ses plages préservées et sa culture vibrante. En résumé, Grande‑Terre est une île qui allie paysages à couper le souffle, histoire captivante et culture dynamique. C’est l’une des destinations les plus appréciées de la Guadeloupe, capable de séduire aussi bien les amoureux de la nature que les passionnés d’histoire et de culture. Grande-Terre è una delle due isole principali che compongono l'arcipelago della Guadalupa, situata nelle Antille, nel Mar dei Caraibi. Si trova nella parte orientale dell'arcipelago e viene separata dalla vicina isola di Basse-Terre dal fiume Salée . Con una superficie di 585 km², l’isola ha una forma allungata e una geografia variegata, con coste che alternano spiagge sabbiose, scogliere e baie protette. Il paesaggio di Grande-Terre è dominato da colline e pianure, coperte da una vegetazione tipica delle zone tropicali. La parte centrale dell’isola ospita terreni agricoli, mentre le sue coste meridionali e orientali sono bagnate da spiagge di sabbia bianca e acque cristalline, ideali per il relax e le attività balneari. La costa settentrionale e occidentale, invece, è caratterizzata da scogliere e zone selvagge, che offrono paesaggi spettacolari e un’atmosfera intima e incontaminata. Grande-Terre vanta una storia ricca e affascinante, che risale al periodo coloniale, quando i francesi la scoprirono nel 1635. Nei secoli successivi, l'isola divenne un importante centro di produzione di zucchero e rum, attività che continuano a costituire una parte significativa della sua economia. Tuttavia, con il passare del tempo, il turismo ha acquisito sempre più rilevanza, attratto dalle sue bellezze naturali, dalle spiagge incontaminate e dalla cultura vivace che caratterizza l’isola. In sintesi, Grande-Terre è un’isola che unisce paesaggi mozzafiato, una storia affascinante e una cultura vibrante. È una delle destinazioni più amate della Guadalupa, capace di attrarre sia gli amanti della natura che quelli della storia e della cultura. https://open.spotify.com/episode/7AMr2B2Uvirts5a6jlu5Da?si=6ae6d054d5a84fef

  • L'arcipelago che non ti aspettavi - Basse-Terre

    Notre circuit en Basse-Terre touchera les seize communes de l'île, un circuit qui, à la lumière de ses principaux attraits naturels tels que la forêt tropicale luxuriante, les splendides réserves marines et les majestueuses chaînes de montagnes, au-dessus desquelles le volcan actif de la Soufrière domine de façon imposante, nous permettra de visiter des cascades, des bains chauds, des jardins botaniques, des aquariums naturels uniques et de parcourir des sentiers préservés. Mais l'histoire jouera également un rôle décisif dans le déroulement de notre voyage. Les musées de plein air des Roches Gravées à Trois-Rivières et de Vieux-Habitants témoignent aujourd'hui de l'existence d'Amérindiens tels que les Arawaks. Découverte par Christophe Colomb en 1493 lors de son second voyage vers le Nouveau Monde, Basse-Terre est deux siècles plus tard une terre de conquête pour les Français, qui y développent progressivement différents types d'activités agricoles, en premier lieu la culture de la canne à sucre, encore très active aujourd'hui sur une grande partie de l'île. La présence d'importantes distilleries témoigne d'une vocation séculaire pour ce type de culture, et les vestiges d'anciennes usines, autrefois dédiées à la production de sucre et de rhum, représentent pour l'UNESCO un patrimoine de la plus haute valeur historique qui rappelle inexorablement le passé de l'île, un passé sombre caractérisé par les déportations et l'esclavage. Mais la canne à sucre n'est pas la seule à avoir joué un rôle déterminant dans le développement économique et démographique de Basse-Terre. Les anciennes plantations de cacao, de bananes et de café ont été transformées en élégants musées et résidences qui attirent des milliers de touristes; les jardins botaniques et zoologiques abritent des plantes et des espèces animales extrêmement rares; enfin, ses plages au sable noir et doré recouvertes de grands cocotiers sont l'endroit idéal pour passer des moments inoubliables de pure détente. La visite de cette merveilleuse île de la Guadeloupe nous permettra donc de vivre des expériences significatives en plein contact avec son écosystème et son histoire, grâce aussi au grand respect que la population locale porte à son territoire et à ses traditions. e voyage se poursuivra autour du périmètre de l'île, en passant par les principales attractions naturelles, telles que les parcs et les plages, et les sites d'intérêt historique et culturel. Il nostro circuito in Basse‑Terre toccherà i sedici comuni dell’isola, un itinerario che, alla luce delle sue principali attrazioni naturali — come la lussureggiante foresta tropicale, le splendide riserve marine e le maestose catene montuose dominate dall’imponente vulcano attivo della Soufrière — ci permetterà di visitare cascate, bagni caldi, giardini botanici, acquari naturali unici e di percorrere sentieri incontaminati. Ma anche la storia avrà un ruolo decisivo nello svolgimento del nostro viaggio. I musei all’aperto delle Roches Gravées  a Trois‑Rivières e di Vieux‑Habitants testimoniano ancora oggi l’esistenza di popolazioni amerindie come gli Arawak. Scoperta da Cristoforo Colombo nel 1493 durante il suo secondo viaggio verso il Nuovo Mondo, Basse‑Terre diventa due secoli più tardi una terra di conquista per i francesi, che vi sviluppano progressivamente diverse attività agricole, in primo luogo la coltivazione della canna da zucchero, ancora oggi molto attiva in gran parte dell’isola. La presenza di importanti distillerie testimonia una vocazione secolare per questo tipo di coltura, e i resti delle antiche fabbriche un tempo dedicate alla produzione di zucchero e rum rappresentano per l’UNESCO un patrimonio di altissimo valore storico, che richiama in modo inesorabile il passato dell’isola: un passato oscuro segnato da deportazioni e schiavitù. Ma la canna da zucchero non è stata l’unica a svolgere un ruolo determinante nello sviluppo economico e demografico di Basse‑Terre. Le antiche piantagioni di cacao, banane e caffè sono state trasformate in eleganti musei e residenze che attirano migliaia di turisti; i giardini botanici e zoologici ospitano piante e specie animali estremamente rare; infine, le sue spiagge di sabbia nera e dorata, ombreggiate da grandi palme da cocco, sono il luogo ideale per trascorrere momenti indimenticabili di puro relax. La visita di questa meravigliosa isola della Guadalupa ci permetterà quindi di vivere esperienze significative a stretto contatto con il suo ecosistema e la sua storia, grazie anche al grande rispetto che la popolazione locale nutre per il proprio territorio e le proprie tradizioni. Il viaggio proseguirà lungo il perimetro dell’isola, passando per le principali attrazioni naturali — come parchi e spiagge — e per i siti di interesse storico e culturale. https://open.spotify.com/episode/7K3FVUxYWyR4JJvNX4PhCt?si=vR9BO02iSlu-QsvGvuDNgw

  • L'arcipelago che non ti aspettavi

    Cinque validi motivi per scoprire un meraviglioso arcipelago francese nel cuore del mar dei Caraibi Tra le numerose isole che il Mar dei Caraibi ospita nelle sue splendide acque, c’è un arcipelago a forma di farfalla in grado di sprigionare forti emozioni nei cuori di coloro che per la prima volta scoprono queste esclusive gemme tropicali. Siamo alla Guadalupa , territorio d’Oltremare Francese (Europa), per conoscere una manciata di isole delle Piccole Antille ognuna con suo suo fascino. L’arcipelago si pregia della presenza di: 1 meravigliose spiagge bianche, dorate e nere puntellate da alte palme di cocco; 2 riserve marine e terrestri protette ; 3 storia millenaria risalente ai nativi d’America, e secolare legata alle deportazioni degli schiavi neri d’Africa ; 4 scenari naturali mozzafiato da scoprire percorrendo gli innumerevoli sentieri off-road; 5 tradizioni culturali e gastronomiche gelosamente tramandate da una popolazione composta da un mix di etnie africane, europee, e indiane. La Guadalupa è quindi una meta caraibica di assoluta bellezza in grado di assicurare molte opportunità di svago e cultura. Scopriamola da oggi, isola per isola ascoltando il podcast di Stefano di Enjoy Guadalupa. Il podcast: https://open.spotify.com/episode/4xFA8epKd7fxkLmmq9ZESk?si=5d52d81eb1cb4ac5

  • Diario di viaggio 2026. 16 febbraio

    Dalle porte chiuse alle scoperte inattese: il mio addio alla Guadalupa Oggi ho scritto l’ultima pagina della mia lunga permanenza in Guadalupa, e mentre lo facevo sentivo che non stavo davvero concludendo nulla. Questa terra non si lascia chiudere in un diario: resta addosso come il sale sulla pelle dopo un bagno che non vuoi dimenticare. Mi ha conquistato in ogni momento: scenari naturali che cambiano come un respiro, paesaggi che ti obbligano a fermarti, una gastronomia raffinata che racconta la storia di un popolo attraverso spezie, rum, manioca, pesce fresco. E poi loro, i guadalupensi: vivaci, orgogliosi, capaci di emozionare con la loro storia e la loro ospitalità. L’ultima giornata l’ho dedicata a Marie Galante, isola sospesa nel tempo, dove il vento porta ancora l’eco dei mulini e dei campi di canna da zucchero. Tra l’organizzazione del rientro e qualche imprevisto, sono comunque riuscito a seguire quasi tutto il programma, allungandomi poi sul versante ovest per rivedere spiagge che mi erano rimaste nel cuore. La prima tappa era Grand Bourg, per visitare il museo creolo West Indies. Ma, arrivato sul posto, scopro che ha chiuso i battenti nonostante il sito lo desse ancora aperto. Una piccola delusione. Mi incammino verso il centro e, quasi per caso, scopro il Museo delle Arti e delle Tradizioni. Le esposizioni esterne mi incuriosiscono subito. Parcheggio, scendo e mi avvicino all’ingresso. Mi accoglie la signora Lucia, la proprietaria. Le spiego il motivo della mia visita e lei, con un sorriso pieno d’orgoglio, decide di aprirmi il museo nonostante fosse giorno di chiusura. Accende le luci e mi invita a entrare come si invita qualcuno nella propria storia. Dentro, il tempo cambia ritmo. Oggetti del passato – utensili, porcellane, bambole, strumenti musicali – sembrano avere ancora un’anima. Sento odori antichi, il legno consumato, il ferro battuto. Ogni oggetto racconta una vita. Lucia mi accompagna con discrezione, ma nei suoi occhi vedo la stessa emozione che provo io. Alla fine, ringrazio lei e sua madre, intenta a cucire in un angolo. Prima di andare via, scatto una foto a Lucia accanto a una bambola d’epoca: un ricordo prezioso di un incontro inatteso. Riparto verso la chiesa dell’Immacolata Concezione, lasciando sulla destra la magnifica spiaggia tropicale di Grand Bourg. La chiesa, Monumento storico dal 1979, ha resistito a incendi, terremoti e cicloni: un simbolo di resilienza creola. All’interno regna un silenzio rispettoso. Ammirando altare, fondi battesimali e la targa del “miracolo” del 1837, scatto poche foto per non disturbare i fedeli. Fuori, la piazza esplode nei colori del mercatino creolo. Compro qualche pensierino per i miei cari e riparto verso Saint Louis. Saint Louis è un borgo tranquillo, con il monumento ai caduti davanti al municipio e la lunga spiaggia di Folle Anse poco distante. Lungo la strada si incontrano luoghi di grande interesse storico, come l’ex zuccherificio Roussel Trianon, già visitato in passato. Poco più avanti, la mia attenzione viene catturata dalla fabbrica di zucchero di Grande Anse, la più importante dell’isola. Non era nei miei piani, ma mi fermo. Chiedo il permesso alla security e posso fotografare e leggere i pannelli informativi. Fondata nel 1845, per decenni ha prodotto fino a 150.000 tonnellate di zucchero l’anno. Nel 2013 la produzione crollò a 62.000 tonnellate, ma un piano di rilancio ha riportato la filiera verso le 80.000, con l’obiettivo di tornare ai livelli storici. Oggi l’isola conta 1.300 produttori e 1.800 ettari coltivati, quasi tutti raccolti a mano. Nonostante impianti datati, la sucrerie continua a funzionare grazie a investimenti mirati. Soddisfatto anche di questa visita inattesa, mi dirigo verso Vieux Fort, famoso per le sue spiagge idilliache e per le escursioni in pedalò tra le mangrovie. Ma, arrivato, trovo tutto chiuso: nessuno presente, pedalò legati al molo. Vieux Fort mi ha dato buca. Percorro solo una passerella di legno lungo il fiume, poi riparto con un po’ di delusione. Decido allora di salutare le spiagge del versante ovest: Anse Bambou, Vieux Fort, Canot, Moustique de Maya. Piscine naturali dai colori celeste pastello, talmente belle che è quasi impossibile non tuffarsi. Ma oggi non posso: devo preparare bagagli e documenti per il rientro. La nostalgia c’è, ma la gioia di averle riviste anche solo per pochi minuti compensa tutto. Sulla strada del ritorno, guardando le scogliere che si tuffano nel mar dei Caraibi, capisco che questo viaggio non è stato solo un itinerario: è stato un incontro. Con la natura, con la storia, con le persone, ma soprattutto con una parte di me che qui ha respirato più forte. Marie Galante è stata l’ultima tappa, ma non l’ultima emozione. Lascio l’isola con gratitudine e con una promessa silenziosa: tornerò. Perché certi luoghi non si visitano soltanto: si abitano dentro, anche quando si è lontani. Le conclusioni di cuore le rimando a domani.

  • Diario di viaggio 2026. 15 febbraio

    L’isola che racconta: natura, schiavitù, indaco e resilienza Sul lato sud ovest dell’arcipelago della Guadalupa splende una gemma autentica: Marie Galante, l’isola dei cento mulini. Un territorio dove storia, natura e tradizioni convivono in un equilibrio ancora intatto. Qui la canna da zucchero, coltivata da secoli, racconta un passato prospero ma segnato dalla schiavitù, ricordato oggi da tre siti UNESCO della Route des Esclaves. L’isola custodisce distillerie attive, mulini storici e paesaggi straordinari: spiagge luminose, scogliere frastagliate e un entroterra rurale che conserva la sua identità. La mia giornata seguiva un itinerario preciso, ma un imprevisto ha cambiato i piani: una distorsione alla caviglia lungo il sentiero delle Galeries. Nulla, però, che potesse rovinare l’esperienza. Alle otto, dopo la colazione nella mia residenza di Capesterre, sono partito verso Petite Anse, una piccola meraviglia accanto alla celebre Plage de la Feuillère. Petite Anse non è solo una spiaggia: è un rifugio naturale che sembra sottratto al tempo. La luce del mattino accende la sabbia chiarissima, il mare si apre in sfumature di celeste e turchese, le palme oscillano come sentinelle tropicali. Non c’è nulla di costruito, nulla di artificiale: solo natura pura, essenziale, capace di zittire ogni pensiero. È una parentesi di pace assoluta, un piccolo miracolo che ti accoglie con la sua semplicità e ti ricorda quanto la bellezza possa essere discreta e potente allo stesso tempo. Da lì mi sono diretto a Capharnaüm, dove si trova il sentiero delle Galeries e i resti dell’antica fabbrica dell’indaco Les Galets, uno dei siti UNESCO dell’isola. Un luogo abbandonato ma potentissimo, che racconta la produzione dell’indaco tra XV e XVI secolo, quando Marie Galante era un centro fiorente grazie alle sue condizioni geomorfologiche ideali. Il sentiero ad anello delle Galeries, lungo 1,4 km, è uno dei tratti più sorprendenti dell’isola. Non tanto per la difficoltà, quanto per la sua natura primordiale: rocce calcaree scolpite dal tempo, cavità modellate da antichi movimenti tettonici, un paesaggio quasi lunare. Il mare è sempre vicino, a pochi metri, e il suo respiro potente accompagna ogni passo. La vegetazione è bassa, resistente, adattata al vento e alla salsedine. Qui la natura non è addomesticata: è cruda, essenziale, autentica. Un piccolo viaggio nella geologia e nella forza degli elementi. Proprio alla fine del percorso, però, un passo falso: la caviglia ha ceduto. Ho rinunciato così al lungo itinerario panoramico che da Anse Piton conduce a Caye Plate. Un rammarico, certo, ma la giornata aveva ancora molto da offrire. Rientrato a casa e applicato ghiaccio e Fastum Gel, ero di nuovo in piedi. Ho quindi raggiunto Mare au Punch, un luogo di memoria legato al periodo immediatamente successivo all’abolizione della schiavitù. Qui, nel 1849, una rivolta scoppiata dopo brogli elettorali fu repressa nel sangue. Nei giorni successivi, gli ex schiavi gettarono l’intera produzione di rum nella grande vasca della fabbrica “Pirogue”, trasformandola in un gigantesco punch. Camminare tra i resti della fabbrica, osservare i macchinari inghiottiti dalla vegetazione e affacciarsi sullo stagno silenzioso è stato un momento di forte impatto emotivo. Il pomeriggio è stato dedicato alla scoperta più sorprendente: la Maison de l’Indigo, nella sezione Murat. Sapevo della sua esistenza, ma viverla guidato dal signor Pierre è stato straordinario. Mi ha introdotto nel mondo dell’indaco, pianta originaria del Sud America e diffusa nelle Indie Occidentali dagli indigeni. Mi ha spiegato che esistono varietà diverse in Asia, Africa ed Europa, e che ovunque il processo è lo stesso: coltivazione, raccolta, macerazione delle foglie per estrarre il pigmento. Poi è arrivato il momento più emozionante: la dimostrazione pratica. Dopo 48–72 ore di macerazione, l’indaco passa da liquido a pasta solida e poi a piccoli ciottoli blu brillanti. Pierre ha immerso un tessuto bianco nella vasca con indaco, lime e fruttosio, spiegandomi che più resta immerso, più il colore diventa scuro. Mi ha mostrato come creare riserve piegando il tessuto e poi… la magia: estratto dalla vasca, il tessuto è passato dal verde al blu semplicemente a contatto con l’aria. Al risciacquo, i pigmenti gialli sono svaniti, lasciando un blu puro e indelebile. Pierre mi ha raccontato leggende, simbolismi e virtù curative dell’indaco, e ho capito perché questa pianta attraversi i secoli senza perdere fascino. Lasciando la Maison de l’Indigo, ho realizzato quanto Marie Galante sia riuscita a smuovere curiosità, stupore e un senso di connessione autentica con la sua storia. Ogni sito visitato – dalle grotte scolpite dal tempo alle falesie atlantiche, dai mulini silenziosi alle mani sapienti di Pierre – ha aggiunto un tassello a un mosaico ricchissimo. Spiaggia Petite Anse (Capesterre de Marie-Galante)

  • Diario di viaggio 2026. 17 febbraio

    Un cammino di emozioni, incontri e meraviglie condivise Carissimi amici, mentre chiudo l’ultima pagina di questo lungo viaggio attraverso la Guadalupa, sento ancora sulla pelle il vento caldo dell’oceano, il profumo della canna da zucchero, il silenzio delle foreste e il colore vivo delle sue acque. Ventisette giorni che non sono stati soltanto un itinerario, ma un percorso interiore, un dialogo continuo tra ciò che vedevo e ciò che sentivo. Ogni tappa è stata un frammento di stupore: i laghi nascosti di Basse Terre, le cascate selvagge, le baie smeraldo delle Saintes, le tradizioni rurali di Marie Galante, le memorie profonde custodite nei musei e nei luoghi della storia. Ho camminato tra rovine che raccontano secoli, ho ascoltato il respiro lento delle mangrovie, ho lasciato che il mare mi parlasse con la sua voce antica. E in ogni passo, in ogni sguardo, c’era anche la vostra presenza. Perché questo viaggio non l’ho vissuto da solo. L’ho vissuto con voi. Siete stati accanto a me mentre salivo il Morne du Chameau, mentre attraversavo canyon, mentre scoprivo spiagge che sembravano dipinte. Avete condiviso la meraviglia, la curiosità, la sorpresa. Avete trasformato ogni racconto in un incontro, ogni foto in un abbraccio, ogni parola in un ponte tra me e voi. Ed è per questo che oggi, più che mai, sento il bisogno di dirvi grazie. Grazie per aver camminato con me, per aver seguito ogni tappa con entusiasmo, per aver accolto le mie emozioni come se fossero anche le vostre. Grazie per aver reso questo viaggio più grande di ciò che avrei potuto immaginare. La Guadalupa mi ha regalato paesaggi, storie e silenzi che porterò nel cuore. Voi mi avete regalato il senso profondo di raccontarli. Il viaggio si conclude qui, ma non finisce davvero. Perché ogni emozione condivisa continua a vivere. E ogni nuova strada, lo so, ci ritroverà ancora insieme. A presto, amici miei. Stefano di Enjoy Guadalupa

  • Diario di viaggio 2026. 14 febbraio

    Fort Joséphine: un sogno studiato, finalmente vissuto L’ultima tappa della mia permanenza nell’arcipelago delle Saintes porta un nome che da settimane risuona nei miei appunti, nei video che ho guardato su YouTube e nelle pagine che ho studiato con curiosità crescente: l’isola Cabrit, anticamente denominata, per la sua forma, la piccola Martinica. Un isolotto piccolo, silenzioso, ma carico di storia. Un luogo che racconta battaglie, quarantene, strategie militari e, oggi, un impegno concreto per la conservazione del suo patrimonio naturale e culturale. Inizialmente chiamato fort La Reine, è stato eretto nel 1777 dai francesi e, insieme al forte Napoléon, costituirà un importante sistema difensivo contro le incursioni inglesi. Nonostante ciò, nel 1809 le truppe britanniche invaderanno l’isola e distruggeranno il forte. Tornato sotto il controllo francese: il forte verrà ricostruito e, nel 1852, trasformato in un penitenziario. Ma la sua storia travagliata non finirà lì: il 6 settembre 1865 un violento uragano provocherà nuovi danni strutturali. Nonostante tutto, il forte Joséphine ha continuato a ospitare detenuti fino al 1902. Camminare tra le sue rovine sarà come sfogliare le pagine di un libro di storia aperto al vento. La giornata è iniziata alle otto. Il mare era calmo, quasi immobile, come se volesse accompagnare con rispetto questa mia ultima esplorazione. La stessa piccola imbarcazione utilizzata per Terre-de-Bas mi aspettava al molo. In appena sette, forse otto minuti di navigazione, ho raggiunto Cabrit: un trasferimento breve, ma sufficiente a farmi percepire il distacco dal mondo abitato. L’attracco è avvenuto nell’ansa sottovento su un vecchio molo in legno, fatiscente, consumato dal tempo e dal sale. Un ingresso perfetto per un’isola che non ha mai ceduto al turismo di massa. Appena messo piede a terra, ho imboccato una traccia di sentiero che si arrampicava verso l’interno. Il mio obiettivo era chiaro: raggiungere Fort Joséphine, il cuore militare dell’isola. Un luogo che avevo visto solo attraverso lo schermo, studiato tra mappe e articoli, immaginato mille volte. Ritrovarmelo davanti, finalmente reale, è stato come aprire un libro antico che conoscevo già, ma che non avevo mai potuto sfogliare con le mani. La salita non è lunga, ma richiede attenzione. La vegetazione è fitta, il terreno irregolare, e il silenzio è rotto solo dal vento e dal richiamo degli uccelli. Quando le prime pietre del forte sono apparse tra gli alberi, ho sentito un’emozione difficile da contenere. Fort Joséphine, costruito per controllare l’accesso alla baia di Terre-de-Haut, conserva ancora oggi una dignità sorprendente. Le sue mura basse, le piattaforme, i resti delle casematte e i punti di osservazione raccontano secoli di tensioni, di strategie, di notti passate a scrutare l’orizzonte in attesa delle navi inglesi. Mi sono fermato a lungo, molto più del previsto. Ho osservato ogni dettaglio: le pietre consumate, le aperture rivolte verso la baia, i resti dei depositi, la cisterna, i punti di tiro. Immaginare i soldati francesi, le manovre, le paure, le speranze, è stato naturale. Qui la storia non è un concetto astratto: è un’eco che vibra ancora. Ma Cabrit non è solo un avamposto militare. L’isola ospita anche i resti di un lazzaretto, costruito dopo il decreto di Victor Schoelcher del 1848 che sancì la liberazione degli schiavi nelle colonie francesi. Da quel momento, e fino al 1902, Cabrit divenne luogo di quarantena per gli immigrati provenienti dalle Indie francesi. Il lazzaretto, situato in una valle dominata dal Morne Joséphine, si trova a circa quaranta metri sul livello del mare, lungo lo stesso sentiero che conduce al forte. Camminare tra quei resti, sapendo che qui migliaia di persone hanno atteso giorni, settimane, forse mesi prima di poter mettere piede sulla terraferma, aggiunge un livello di profondità emotiva difficile da descrivere. È un luogo che parla di speranza, di paura, di transizione. Negli ultimi anni, l’amministrazione comunale di Terre-de-Haut ha avviato un rigoroso piano di gestione dell’isolotto, con l’obiettivo di preservarne il patrimonio storico e naturale. Sono stati creati tre itinerari turistici che permettono di scoprire i panorami sulla baia, Fort Joséphine, il lazzaretto e le batterie di Pointe à Cabrit e Pointe Bombarde. Un lavoro prezioso, che restituisce dignità a un luogo che rischiava di essere dimenticato. Dopo la lunga sosta al forte e la visita al lazzaretto, ho proseguito verso gli altri punti dell’isola. Li ho osservati solo per pochi minuti: il tempo correva, e il mio rientro era prioritario. Dovevo pranzare, riorganizzare il diario di viaggio e preparare i bagagli per il trasferimento del pomeriggio verso Marie-Galante, con il traghetto veloce delle 15:30. Il ritorno verso il molo è stato rapido. La piccola imbarcazione mi ha riportato a Terre-de-Haut in pochi minuti, lasciandomi addosso quella sensazione di soddisfazione piena che si prova quando si realizza qualcosa che si è atteso a lungo. Cabrit era un obiettivo che avevo studiato, immaginato, desiderato. E oggi, finalmente, l’ho vissuto. Un’altra pagina scritta. Un altro tassello conquistato. Un’altra emozione che porto con me verso la prossima isola: Marie-Galante, l’isola dei cento mulini. Forte Josephine (Isola Cabrit - Les Saintes)

  • Diario di viaggio 2026. 13 febbraio

    Dalle vette del Chameau alle acque di Pain de Sucre: un viaggio nell’anima di Terre-de-Haut Questa mattina ho dedicato la mia escursione a uno dei percorsi più affascinanti di Terre-de-Haut: l’ascesa al Morne du Chameau, il punto più alto dell’arcipelago delle Saintes, seguita dalla discesa verso la selvaggia spiaggia di Crawen. Un itinerario che richiede gambe, attenzione e determinazione, ma che ripaga con panorami che sembrano usciti da un atlante dei sogni. La salita lungo la strada in cemento, pur faticosa, permette di immergersi gradualmente nella natura protetta del colle: vegetazione fitta, specie endemiche, silenzi profondi interrotti solo dal vento. Le uniche presenze umane sono state alcune caprette al pascolo e pochissimi turisti, quasi a ricordarmi che questo luogo appartiene prima di tutto alla natura. Man mano che salivo, il paesaggio si apriva come un ventaglio: la baia di tutte le isole di Les Saintes, il sud di Basse-Terre, Marie-Galante e perfino la Dominica. Dopo circa venti minuti ho raggiunto le vestigia della torre militare, godendo di uno spettacolo a 360 gradi semplicemente impagabile. Ho esplorato anche gli interni, respirando la storia di un luogo che un tempo vegliava sull’arcipelago. La vera sfida arriva con la discesa verso Crawen. Il sentiero, ben segnalato con pennellate gialle sui massi, è stretto, irregolare, scivola tra radici e pietre e richiede passo sicuro e massima concentrazione. È un percorso che non concede distrazioni: un occhio ai piedi, l’altro alle indicazioni. Ma proprio questa sua natura selvaggia lo rende affascinante. Quando il mare appare tra gli alberi, la fatica svanisce: Crawen si presenta come una mezzaluna di quiete, protetta da due grandi scogli. Un luogo simbolo dell’isola, primordiale e autentico, lontanissimo dalle nostre spiagge attrezzate. Mare, sabbia e natura allo stato puro. Dopo essermi dissetato e aver recuperato le energie, ho rimesso lo zaino in spalla: la meta del pomeriggio era la più iconica dell’arcipelago, Pain de Sucre. In quindici minuti di cammino tra saliscendi ho raggiunto il piccolo sentiero che porta alla spiaggia. Una settantina di metri di discesa facile lungo una stradina di terra battuta, oggi perfettamente sistemata. E poi, tra le fronde, compare il gioiello della natura: Pain de Sucre. Una meraviglia assoluta. Adagiata accanto a una roccia a forma di panettone alta trenta metri, la baia si apre in un abbraccio di acque verde smeraldo, racchiuse in un semicerchio di cinquanta metri. Le palme di cocco, pur appartenendo a una proprietà privata, ombreggiano lo stretto bagnasciuga dorato. All’ingresso dell’ansa c’era la fila per fotografare questo incanto, ma l’attesa è stata un piccolo prezzo. Ho trascorso qui un’ora, nonostante la presenza di molti turisti: lo spazio è ridotto, ma anche mezzo metro di sabbia basta per godere di questo paradiso. E, alla mia terza visita, la sensazione è stata la stessa della prima: gratitudine pura. Pain de Sucre non si consuma, si rinnova. Lasciata Pain de Sucre, con una camminata di quindici minuti raggiungo la spiaggia Figuier. Anche questa baia si presenta nella sua forma più autentica: selvaggia come Crawen, ampia, silenziosa e perfetta per un bagno rigenerante o per un momento di puro relax. La vegetazione è discreta ma accogliente, e pur non avendo lo splendore iconico di Pain de Sucre, conserva un fascino semplice e genuino. Mi fermo qualche istante ad ammirarla, ascoltando il mare e respirando quell’aria di libertà che solo le spiagge non addomesticate sanno offrire. Poi riprendo il cammino verso il borgo. Lungo la strada noto un cartello che segnala antiche vestigia su un roccione affacciato sul mare: la Batteria Tête Rouge. Nonostante i miei studi, mi era sfuggita. Una rapida ricerca mi chiarisce la storia: postazione francese del XVIII secolo, costruita per controllare l’accesso alla grande baia. Dopo la sconfitta del 1782, la Francia edificò un sistema di fortificazioni per prevenire incursioni inglesi. La batteria Tête Rouge, costruita tra il 1869 e il 1870, domina un panorama a 180 gradi. La struttura in pietra presenta una scalinata di ventuno gradini che conduce a un’area interna oggi usata come pascolo dalle caprette. Restano due ex depositi di munizioni e pochi manufatti, ma l’atmosfera è ancora quella di un avamposto che vegliava sul mare. Una scoperta inattesa che ha completato la giornata. Soddisfatto, ho concluso la mattinata con un bagno nella vicina Anse du Curé, uno specchio d’acqua celeste usato come piccolo porticciolo. L’acqua calda e la presenza di pochi turisti hanno reso il momento perfetto. Mentre mi asciugavo, pensavo già al pomeriggio: riorganizzare il diario, preparare l’escursione sull’isola non abitata Cabrit e rifare i bagagli per il trasferimento verso l’ultima tappa del viaggio, l’autentica Marie-Galante, l’isola dei cento mulini. Anche lì mi attendono nuove scoperte, tra storia, natura e panorami mozzafiato. Un’altra pagina da scrivere, un altro tassello di questo viaggio che continua a sorprendermi. Questa è l’ultima notte che trascorrerò a Terre‑de‑Haut, e non potevo trovare ispirazione migliore per il diario di oggi di uno splendido tramonto che regala uno spettacolo unico. Un momento che dedico a tutti voi che mi seguite. Spiaggia Pain de sucre

  • Diario di viaggio 2026. 12 febbraio

    Tra schiavitù, mare e silenzi: la giornata che non dimenticherò a Terre-de-Bas Entre esclavage, mer et silence: la journée que je n’oublierai pas à Terre‑de‑Bas Con grande fatica e con una soddisfazione ancora più grande, si chiude oggi la ventiduesima giornata trascorsa nell’arcipelago di Les Saintes. Una giornata intensa, sudata, vissuta con il corpo in movimento e la mente sempre desta, che mi ha regalato emozioni che solo queste isole sanno offrire. Alle 7:45 il battello diretto a Terre de Bas mi accoglie per condurmi sull’isola più silenziosa e autentica dell’arcipelago, diversa da Terre de Haut: più antica, più intima, più fedele alla sua identità originaria. Sbarcato dopo appena dieci minuti di traversata, arrivo al piccolo porticciolo di Anse des Mûriers, accolto da un lato della naia dalla statua della Vergine, e dall’altra da quella di Nettuno, mentre più in alto, alle spalle di questa figura mitologica, una batteria di cannoni ricorda il passato difensivo dell’isola. È qui che inizia il mio itinerario, atteso da mesi: oltre dodici chilometri di cammino, zaino in spalla, litri d’acqua per resistere al caldo e la consapevolezza che oggi sarebbe stata una prova fisica e mentale. La prima tappa è il Podere Fidelin, sito storico inserito nel 1997 nel progetto UNESCO “La rotta degli schiavi”. Qui, tra XVIII e XIX secolo, sorgeva una grande fabbrica di ceramiche fondata da Jean Pierre Fidelin, un tempo motore economico dell’isola. Nel 1837 vi lavoravano 130 schiavi tra vasai, trasportatori e addetti alle fornaci. La produzione, inizialmente dedicata al vasellame, si ampliò a pentole, mattoni e tegole, favorita dalla posizione strategica sulla splendida Grande Baie. Dopo l’abolizione della schiavitù, l’attività declinò fino a cessare. Avevo studiato questo luogo in ogni dettaglio, e raggiungerlo a piedi, lasciando la strada principale per imboccare il sentiero, è stato emozionante. L’area non è ben mantenuta, ma le rovine – le due fornaci, l’officina, le cisterne e l’edificio circolare – conservano un fascino potente. Toccare quelle pietre, immaginare le vite che le hanno attraversate, è stato uno dei momenti più intensi della giornata. Riprendo il cammino lungo la costa sud per cinque chilometri fino a giungere a Petite Anse, centro nevralgico dell’isola. Qui si trovano il municipio, la chiesa di San Nicola, il piccolo mercato, lo stadio e un giardino pubblico con la riproduzione di un vascello per bambini. Accanto, una stele donata da Lilian Thuram, famoso calciatore francese nativo alla Guadalupa, ricorda l’importanza della solidarietà con una stele sulla quale è impressa una frase: “La solidarietà permette di affrontare le prove della vita. Impegnarsi al servizio degli altri dà un senso all’esistenza.” Un messaggio semplice e potente, che credo indirizzato ai bambini del posto. Il peregrinare per questo borgo si ravviva sempre di più quando incrocio le tipiche casette creole colorate gialle, arancio, verdi, rosa. Proseguo verso la punta ovest, dove si trova Anse à Dos, piccola spiaggia frequentata da pescatori e, stamattina, da una scolaresca. Le acque smeraldo e il volo dei pellicani attirano subito la mia attenzione. Due pescatori puliscono il pesce appena preso, offrendo ai pellicani le interiora: una scena semplice e autentica, che mi regala una pausa preziosa dopo oltre sei chilometri di cammino. Riparto per affrontare la salita più dura: il sentiero che porta alla sommità del Monte Abymes a oltre 290 metri di altitudine. Il caldo è intenso, la pendenza supera il 15%, e ogni passo è una prova di resistenza. La mente spinge, le gambe protestano, il sudore scorre senza tregua. Ma arrivato al punto panoramico, dove si trova un piccolo osservatorio, la fatica svanisce. Davanti a me si apre un panorama straordinario: il verde della vegetazione, il blu e il celeste della Grande Baie, e frontalmente la bellezza di Terre de Haut, con le sue anse e le case dai tetti rossi. In lontananza, un veliero da crociera e uno yacht di sessanta metri completano il quadro. Sono le 11:30 quando lascio l’osservatorio e scendo verso il borgo di Grande Anse, dove mi fermo per riposare e mangiare due panini. La spiaggia, però, non è come me l’aspettavo: nonostante il nome, il lido è breve, coperto da sargassi, e il mare non è particolarmente scenografico. Una piccola delusione che mi ricorda quanto le foto online possano essere ingannevoli. Riprendo il cammino verso l’ultima tappa: la Grande Baia, la stessa che dall’alto mi aveva incantato, posta accanto al podere Fidelin. In dieci minuti raggiungo il sentiero in discesa e, nonostante pensi già alla risalita, la vista che mi attende ripaga ogni sforzo. Le tonalità dell’acqua, dal blu al celeste, sono ipnotiche. La spiaggia è piccola, ma la sua armonia naturale la rende speciale. Scendo la scalinata bianca e celeste, la osservo per qualche minuto e poi mi avvio verso il porticciolo. Una birra fresca all’ombra di un bar locale accompagna l’attesa del battello. Alle 12:50, con cinque minuti di ritardo, salgo a bordo. Esausto, un po’ disidratato, ma immensamente felice, rientro a Terre de Haut con la sensazione di aver vissuto una delle giornate più complete del viaggio. Terre de Bas mi ha regalato storia, fatica, silenzi, panorami e autenticità. Un’isola che parla piano, ma arriva dritta al cuore. Domani si riparte: mi attende il celebre sentiero Le Chameau, sito naturale protetto che custodisce specie endemiche rare e conduce a 309 metri di altitudine, da cui l’intero arcipelago si apre come un ventaglio di colori. Nel pomeriggio, tornerò su alcune spiagge iconiche del versante sud, tra cui la mia amata Pain de Sucre, che rivedrò volentieri per la terza volta. La ventitreesima giornata promette emozioni nuove. E io sono pronto a viverle tutte. Podere Fidelin (Terre-de-Bas)

  • Diario di viaggio 2026. 11 febbraio

    Il giorno in cui Les Saintes mi ha raccontato nuove storie Dopo la lunga e intensa esperienza vissuta a Basse Terre, oggi si apre per me un nuovo capitolo. Lascio foreste lussureggianti, cascate selvagge e sentieri impegnativi per approdare in un arcipelago che conosco e che continua a sorprendermi: Les Saintes. Tra baie smeraldo, colline che scendono verso il mare e case dai tetti rossi che sembrano quadri naïf, inizia la mia nuova avventura di tre giorni, un ritorno atteso e preparato con cura. Questa mattina, al porto di Trois Rivières, ho riconsegnato l’auto al signor Philip, un italiano dalla simpatia travolgente. Davanti a un caffè mi ha raccontato la sua vita: la passione per l’informatica, gli anni in Nigeria e poi a Parigi, fino alla scelta di stabilirsi in Guadalupa vent’anni fa e gestire un car rent tutto suo. La sua storia era così avvolgente che, se ci fossimo dilungati ancora, avrei rischiato di perdere il traghetto. Con un ultimo saluto sono salito a bordo, accolto dalla pioggia e da ricordi entusiasmanti, vissuti da solo e con la mia compagna Gemma nel 2023. Les Saintes lascia sempre qualcosa nel cuore se a vivere queste emozioni c'è sempre qualcuno con cui condividerle. Les Saintes possiedono un fascino unico: scenari intatti, colori vividi, un’armonia naturale che non ha eguali. Le case dai tetti rossi, incastonate tra baie e colline, sembrano dipinti viventi sulle due sole isole abitate: Terre de Haut e Terre de Bas. Abitate in origine dagli Arawak, furono scoperte da Colombo nel 1493 e contese per secoli tra francesi e inglesi. Qui si combatté la celebre Battaglia dei Santi del 1782. A ricordarla, l’imponente Fort Napoléon, sulla cima del Morne Mire, da cui si gode una delle viste più belle al mondo: l’azzurro del mare, il verde delle colline, le case colorate e, in lontananza, Dominica, Basse Terre e Grande Terre. Sceso dal traghetto, con un’ora libera prima del check in, mi sono fermato in un bar creolo per un tourment d’amour, il dolce simbolo delle Saintes. Morbido, profumato di cocco, nasce dalla tradizione delle donne che lo preparavano per i marinai al ritorno dal mare. Ogni 15 agosto l’isola celebra un concorso dedicato a questa specialità. Gustarlo qui, tra casette creole vivaci, negozietti e profumi che sanno di festa, è stato un piccolo rituale mattutino. Con un buon caffè italiano ho aperto i miei appunti e tracciato l’itinerario della giornata, che sarebbe iniziata dalla spiaggia di Grande Anse, a pochi passi dal mio alloggio nel cuore del borgo. Grande Anse si trova alla fine della pista di un piccolo aerodromo: un lido lungo quasi un chilometro, con sabbia dorata e una vista spettacolare su Dominica e Marie Galante. Perfetta per passeggiate e tramonti, meno per gli sport acquatici a causa delle forti correnti. Oggi si presenta selvaggia e affascinante: il bagnasciuga invita a camminare respirando il profumo del mare, mentre le palme piegate dal vento raccontano la forza degli alisei su questo lato dell’isola. Soddisfatto delle foto e dei video raccolti — non l’avevo mai visitata prima — riprendo il cammino verso un altro angolo che sembra un dipinto. In quindici minuti raggiungo Baia Marigot, un piccolo porto di pescatori che riposa tra due colline gemelle affacciate su un’acqua verde smeraldo. È questo abbraccio naturale a custodire una delle spiagge più celebri di Terre de Haut: Pompierre. Lunga oltre 300 metri, è un paradiso protetto, ombreggiato da alte palme di cocco e bagnato da un mare azzurro che sembra dipinto. Si raggiunge facilmente dal centro con una passeggiata di venti minuti lungo la rue de Pompierre, tra casette creole e scorci autentici. Qui non è raro incontrare il cabri, la piccola capra locale, o qualche iguana che si gode il sole: presenze discrete che ricordano quanto la natura sia la vera padrona di casa. Pompierre non è solo una spiaggia, è un luogo che racconta l’anima delle Saintes. Lasciata Pompierre, proseguo verso un’altra perla: il lido Mire. Una baia raccolta e timida, ai piedi del Forte Napoléon, la grande sentinella di pietra dell’arcipelago. Qui il paesaggio cambia: palme che ondeggiano, profumo di salsedine, silenzi che rallentano il tempo. Mire non è fatta per lunghe nuotate o snorkeling, ma per chi cerca quiete. Le piccole barche dei pescatori, tirate a riva o ancorate poco al largo, raccontano albe, reti e un mestiere che resiste. Un angolo semplice e autentico, che conquista proprio per la sua verità. Lasciata la quiete del lido Mire, con le sue barche di pescatori e il ritmo lento, rientro verso il centro di Terre de Haut. Il paesaggio cambia: dalle palme solitarie alla vivacità del borgo. Il primo edificio che incontro è la chiesa della Madonna dell’Assunzione, semplice e luminosa. Accanto, il monumento che celebra il 350º anniversario della fondazione dell’isola racconta secoli di storia e resistenza. Poco più avanti appare il municipio, variopinto e circondato da palme e siepi curate. All’ingresso sventolano le bandiere francese ed europea, mentre due cannoni d’epoca ricordano le antiche contese tra francesi e inglesi. Di fronte, un ampio giardino dona respiro alla piazza. Attraverso questo mondo di colori, storia e devozione, riprendo il cammino verso l’ultima tappa della giornata. La strada si fa silenziosa, le case si diradano, la pendenza aumenta. Poi, all’improvviso, Anse Rodrigue si apre come una rivelazione: sabbia chiarissima, scogliere selvagge che la proteggono, un mare turchese quasi sacro. Di fronte, Grand Ilet veglia come un guardiano. Qui, tra palme, vento e il mare che si prepara al tramonto, metto il sigillo a questa giornata. Terre de Haut continua a sorprendermi: ogni ritorno aggiunge un’emozione nuova. Domani sarà la volta di Terre de Bas, e so già che mi attenderanno altre meraviglie. Municipio di Terre-de-Haut

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Il piacere di raccontare le bellezze di un arcipelago caraibico dalle mille sfaccettature dove spiagge magnifiche, una natura lussureggiante, paesaggi mozzafiato e una storia millenaria, fanno della Guadalupa un paradiso tropicale da scoprire e vivere armonicamente a stretto contatto con la verve di un popolo dalle chiare origini creole.

Stefano di Enjoy Guadalupa

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